mons. Olgiati

la Grazia in mons. Olgiati

una visione pienamente tridentina

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si tratta di un brano scansionato dal Sillabario del Cristianesimo, in cui il teologo ambrosiano, co-fondatore dell'Università Cattolica di Milano, espone la sua concezione della funzione della grazia. Il suo intento è quello di contrastare il naturalismo che dilaga in epoca moderna. Ma tale intento è compromesso dal fatto di non capirne la radice, condividendone oggettivamente un presupposto: quello per cui la grazia, il soprannaturale, il Cristianesimo c'entra solo con la vita eterna e non con la vita presente. Infatti per lui la grazia serve a meritarci il Paradiso. Del centuplo quaggiù non c'è nemmeno l'ombra nel suo discorso

«5. Il valore delle azioni divinizzate

Trattandosi solo dei primi elementi della verità e della vita cristiana, io non posso evidentemente soffermarmi sulle virtù infuse e sui doni dello Spirito Santo, che accompagnano la grazia. Sarebbe pur bello, ad esempio - dire una parola su questa nave — che è l'anima divinizzata dalla grazia, munita d'una forza motrice interna e sospinta anche dal soffio dello Spirito che ne agita le vele. A coloro che, dopo lo studio del presente sillabario, vorranno proseguire nella scuola del catechismo. suggerisco l'opera, che anch'io utilizzo, del P. Terrien: La grâce et la gloire. Ma io debbo limitarmi alle cose più elementari e perciò senz'altro spiegherò brevemente il significato di quelle parole: «la grazia... ci rende capaci di compiere opere meritorie».

Suppongo di avere dinnanzi a me una persona onesta non battezzata, un fior di galantuomo, che non solo [p.75] agisce bene, ma non mi deturpa la sua azione bella con qualche poco nobile fine nascosto; ed accanto ad essa, un'altra persona, in grazia, un cristiano, cioè, senza peccato mortale, che mi fa lo stesso atto buono con un fine retto.

In apparenza, le due azioni sono eguali; in realtà, il loro valore morale è immensamente diverso. Spieghiamoci con chiarezza, anche per finirla una buona volta di confondere un atto naturalmente onesto (che è tutt'altro che un male) con un atto meritorio, ossia di confondere l'uomo col cristiano. E, come sempre, ricorriamo ad un esempio.

Rotschild, il famoso banchiere straricco, mi prende uno chèque dove è scritto: « pagate a vista un milione » e sotto di esso pone la sua firma. Io mi presento con lo chèque ad una banca. Tutti mi riveriscono; il cassiere mi dà un milione; esco fra gli inchini comuni.

Prendo io lo stesso chèque e, invece di disturbare il signor Rotschild, scrivo io la sua firma. Anzi, siccome la mia calligrafia è migliore di quella di Rotschild, mi consolo e spero. Ahimè! Se vado alla banca con un simile chèque, la scena è diversa. Non denari; non rispetto; ma mi assalgono, chiamano i carabinieri e mi inviano in quel collegio convitto gratuito della città, che sono le prigioni.

Perché mai? Non è eguale la firma? No. La stessa firma, scritta da Rotschild, ha un valore; scritta da me, ne ha un altro.

Così pure, un identico atto, compiuto da chi è in grazia, ha un valore, è meritorio in rapporto alla vita eterna, è riconosciuto — stavo per dire — alla banca del paradiso; compiuto da chi non è in grazia, non è una truffa, come la firma di Rotschild da me falsificata, — è un atto buono nell'ordine naturale, ma non può evidentemente valere nell'ordine soprannaturale.

Colui che è in grazia, non più un semplice uomo; è un uomo divinizzato; è figlio di Dio. E chi non sa che una stessa frase, una stessa parola cambia d'importanza, secondo la persona che la pronuncia? Un atto d'un uomo ha un valore umano; l'atto del figlio di Dio ha un valore divino.

Non basta, adunque, essere galantuomini, vivere onestamente, far del bene. Questo è necessario, perché l'ordine soprannaturale non distrugge, ma suppone l'ordine naturale. Ma non è sufficiente. Occorre elevare con la grazia l'attività umana; occorre in altre parole, essere cristiani.

Se si meditassero questi elementi così limpidi della religione, la si finirebbe di ammannire la minestra cento volte riscaldata di certe obbiezioni (ad esempio questa: basta vivere secondo la legge morale, non è necessario praticare la religione); non si commetterebbero più tanti peccati mortali con un'enorme leggerezza; e nel giudicare le azioni della nostra vita, nella soluzione del problema della vita, cominceremmo a persuaderci che, senza la grazia, noi sciupiamo i nostri giorni ed anche le nostre azioni generose, poiché ciò che deriva dalla natura sola, non ha valore per la vita eterna.

S.Paolo ha messo in luce questa verità, quando, nella prima lettera ai fedeli di Corinto, scrive : «Quand'io parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, se non ho !a carità, non sono che un bronzo che risuona o un cembalo squillante. E quand'anche avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e possedessi [p. 77] tutta la scienza e avessi una fede che trasporta le montagne, se non ho la carità, non son nulla. E quando distribuissi tutto il mio per darlo ai poveri e dessi il mio corpo alle fiamme, se non ho la carità, nulla mi giova »

“In altre parole, — commenta il Marmion nel suo splendido volume Cristo, vita dell'anima - i doni più straordinari, i talenti più eccellenti, le imprese più generose, le azioni più grandi, gli sforzi più considerevoli, le sofferenze più profonde, non sono di nessun merito per la vita eterna, senza la carità, vale a dire senza questo amore sovrano dell'anima per Dio considerato in sè stesso, senza quest'amore soprannaturale che nasce dalla grazia santificante come il fiore esce dal gambo”.

6. La grazia ed il paradiso

Dopo d'aver visto cos'è la grazia, è chiaro com'essa ci eleva all'ordine soprannaturale in questa vita, per farci conseguire la vita eterna, ossia il paradiso, nell'altra. La Scrittura non separa mai la nostra adozione divina dalla nostra destinazione all'eredità stessa di Dio, alla visione intuitiva di Lui. La grazia, per questo rispetto, è simile alle lampade accese, nascoste in vasi di terra cotta, che Gedeone, nella battaglia contro i Madianiti, diede ai suoi trecento forti. Quando, nel silenzio della notte, il vaso venne spezzato, fu sgominato il nemico e messo in fuga. Così anche noi : quando il fragile vaso di terra, che è il nostro corpo, sì spezzerà nella notte della morte, risplenderà la lampada del «l'anima nostra, accesa di splendore dalla grazia di Dio; [p.78] il demonio sarà sconfitto e, come i trecento dir Gedeone,canteremo vittoria.

7. I secoli cristiani e la grazia

Tutti i secoli cristiani hanno discusso intorno alla grazia e mille dibattiti sono sorti, mille errori sono stati propugnati.

Le dottrine di Pelagio, nel secolo V, propagatesi specialmente in Africa, — che per affermare la natura e le sue forze negavano la necessità della grazia, ed il semipelagianesimo della Gallia e di Casciano di Marsiglia trovarono in Sant'Agostino la confutazione esauriente e nei Concili la riprovazione recisa.

Lutero e Calvino caddero nell'eccesso opposto; e per affermare i diritti e la necessità della grazia, disprezzarono e rinnegarono la natura, la libertà e le opere buone. Ma il Concilio di Trento, con una condanna (in seguito ripetuta contro le teorie di Giansenio), anche contro i Riformatori scagliò l'anatema.

La dottrina cattolica evita i due estremi. Essa non nega né la natura, né la soprannatura; né l'uomo, né Dio; né la libertà, né la grazia. I teologi (e basterebbe ricordare le discussioni del secolo XVI fra la scuola del Molina e l'altra dei Baneziani) discuteranno intorno ai modo con cui i due termini si uniscono; ma i due anelli della catena, per dirla col Bossuet, sono sempre tenuti con mano ferma.

Nell'epoca nostra, purtroppo, il naturalismo ha trionfato; dall'Umanesimo e dal Rinascimento in poi, si è fatto di tutto per esaltare l'uomo e per rifiutare la grazia di. Dio. L'uomo deve bastare a se stesso, [p.79] gridano apertamente alcuni; la trascendenza deve lasciare libero posto all’immanenza; il vero Dio siamo noi, è il pensiero, la ragione, l’azione umana. Persino i credenti sono sotto l’influsso di quest’atmosfera micidiale, avversa al soprannaturale. Non mancano i superficialoni, che grossolanamente confondono la fratellanza, ad esempio, della Rivoluzione francese con la fratellanza cristiana (quest’ultima importa la nostra adozione divina; elevati all’ordine soprannaturale, noi siamo figli d'uno stesso Dio, di uno stesso Padre e perciò siamo fra noi fratelli; — cosa c'entra questo con l’ideologia rivoluzionaria?). Non mancano coloro che fremono di commozione, quando leggono Seneca, Marco Aurelio, oppure l’invocazione di Emanuele Kant al dovere (quasi che il dovere, ossia l’attività umana, moralmente buona, bastasse e non occorresse anche la grazia che la divinizzi). Non è, infine, raro il caso di incontrarsi con cristiani che apprezzano i Sacramenti, ossia i canali della grazia, da un punto di vista puramente naturalistico. Per essi, la confessione è un’ottima scuola educativa, con l’umiliazione che impone, col conforto ed il consiglio che offre; il matrimonio è un eccellente mezzo per dar solennità al giuramento di mutua fedeltà degli sposi; l’Eucaristia è il simbolo soave dell’unione di tutti i fratelli, stretti intorno alla mensa comune. In tale modo si scoronano i Sacramenti della loro caratteristica divina, si disconosce la loro soprannaturalità, si trascura l’effetto principalissimo ed essenziale per cui Cristo li ha soprattutto istituiti: vale a dire, si trascura o almeno non si apprezza la grazia.

Un giorno, sulla via del Calvario, una donna, pietosamente gentile, rompendo la folla, s’accostò a Gesù, [p. 80] per tergergli il dolce volto con un bianco lino; ed il Salvatore impresse in esso la sua effige augusta. Anche noi prenderemo le nostre anime, e le avvicineremo a Lui, perché la sua grazia vi incida la sua immagine bella e divina. È l’unica via per poter organizzare divinamente la nostra vita; per poter vivere non come bruti, né come semplici uomini, ma come figli di Dio; per poter dire insieme a San Paolo, con un senso di cristiana fierezza e con santità di gioia: « Vivo io, ma non sono io che vivo; è Gesù Cristo che vive in me ».

RIEPILOGO

L’uomo viene elevato all’ordine soprannaturale mediante a grazia. La grazia:

  1. è un dono di Dio, poiché l’uomo nono ha nessun diritto od esigenza alla sua divinizzazione;
  2. è un dono gratuito, poiché, con tutta la “nostra attività mai potremmo meritare di superare la natura umana;
  3. è concessa a noi per i meriti di Cristo, che è l’unica sorgente della grazia, cosicché non si può scindere Gesù Cristo dalla grazia;
  4. ci rende figli di Dio, poiché Gesù Cristo, unendoci a sè e facendoci partecipi della natura di Dio; ci eleva alle altezze della adozione divina;
  5. ci fa capaci di opere meritorie, in quanto le azioni del l’uomo in grazia non costituiscono un’attività puramente umana, ma un'attività divinizzata;
  6. ci dà il diritto alla vita eterna, ossia al paradiso;

Dopo di aver guardato le alte cime della divinizzazione, alle quali l’amore di Dio ha chiamato le sue creature intelligenti, dobbiamo ora assistere ad una caduta disastrosa. Da un lato, avremo da creazione, l’elevazione all’ordine soprannaturale e la caduta degli Angeli; dall’altro lato, la creazione, l’elevazione e la caduta dell’uomo. Duplice scena; incomprensibile l’una e l’altra, se non ci poniamo dal punto di vista del soprannaturale.» [p. 81]

Tratto da Francesco Olgiati, Il sillabario del cristianesimo.