Aldo Moro

Quale unità tra cristiani in politica

un equilibrio da trovare

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coordinate generali

Si tratta di evitare due estremi:

  • da un lato pretendere che dalla fede si possa dedurre un unico tipo di azione politica, precisa fino al dettaglio
  • dall’altro negare che la fede fornisca alcune categorie generali, alla luce delle quali almeno sulle scelte più importanti è possibile, e talvolta necessaria, l’unità

In generale quanto più una tesi è di carattere generale, tanto più l’unità dovrebbe essere ovvia: è ovvio ad esempio che non bisogna “fare agli altri ciò che non vorremmo fosse fatto a noi”, ed è ovvio che tutti gli esseri umani sono figli di Dio, chiamati ad essere membra del Corpo di Cristo e quindi fratelli tra loro per natura.

Viceversa, quanto più si scende nel dettaglio di ciò che da tali principi generali discende nella circostanza particolare, entrano in gioco tali e tanti fattori, che non sarebbe né realistico né giusto pretendere una unità coesa e compatta. Ad esempio tutti i cristiani non possono che pensare che l’uomo non sia padrone della vita, e rifiutare perciò, dal un punto di vista etico-personale, tanto l’aborto, quanto l’eutanasia. Ma che tipo di atteggiamento assumere in un dato Stato, nel momento in cui siano state (siano per essere) approvate leggi che riguardano tali temi non è qualcosa che possa essere imposto fino al dettaglio. Si deve infatti tener conto del contesto e delle possibili controindicazioni che certe scelte potrebbero comportare. Senza mai venir meno alla verità, però, e alla limpidezza del giudizio.

Da un lato quindi va evitato ogni diktat che pretenda di imporre a tutti un tipo di scelta particolare (della aserie “se non voti come dico io, andrai all’Inferno!”, o “Ce ne ricorderemo!”).

Dall’altro nessuno dovrebbe sottrarsi a un fraterno confronto dialogico sulle ragioni che lo spingono alla scelta A piuttosto che alla scelta B. Nessuno dovrebbe arroccarsi in una presunta completezza interiore: il confronto è indispensabile.

il nocciolo del problema

doverosa divergenza?

Spesso nelle cose umane si reagisce a un eccesso con l’eccesso opposto. Così è capitato che all’ingenua e rozzamente schematica idea di una meccanica unità dei cristiani sulle questioni culturali e politiche (“tutti devono pensare allo stesso modo”), si è passati a una non meno rozzamente schematica, almeno implicita, idea che ognuno deve pensare a modo suo, come una monade leibinziana, senza porte né finestre. Senza la possibilità, cioè, di confrontarsi su altro che non siano esperienze singolari.

Dall’idea, insomma, che si deve essere tutti d’accordo si è passati all’idea che si deve essere tutti in disaccordo, dimenticando che ci sarebbe una terza possibilità: che si può essere in disaccordo, ma si deve cercare il più possibile di capirsi e di raggiungere la massima convergenza possibile.

Una convergenza cioè non forzata, che non passi sulla testa della reale convinzione dei singoli, ma che tenga conto che il confronto arricchisce (si pensi solo all’importanza della competenza, che non tutti possono avere su tutto e che rende sommamente auspicabile la massima collaboratività intersoggettiva) e non viola un presunto inviolabile e arcano sacrario interiore. Andare programmaticamente in ordine sparso rende irrilevante la presenza cristiana.

Si può osservare che un irrigidimento su questa sorta di non ben chiarita “doverosa divergenza” ha fornito uno dei pretesti per (tentare di) liquidare la stessa idea di carisma (nel caso di Comunione e Liberazione, almeno). Quindi è sommamente opportuno charire bene questo punto.

che tipo di unità

Vediamo di capire meglio che cosa si intende con l'idea che si deve essere tutti uniti. È chiaro che si intende: “uniti fino al dettaglio”.

Sui principi generali, infatti, è altrettanto ovvio che, lì sì, si deve essere uniti: la fede infatti illumina le grandi questioni di antropologia e filosofia politica, nella loro massima generalità, nelle loro linee essenziali. Un cristiano cioè non dovrebbe dubitare delle linee portanti dell'antropologia, che l'uomo ad esempio sia composto sia di una dimensione materiale (il corpo) sia di una dimensione spirituale (l'anima), così come non dovrebbe dubitare che per l'uomo e l'umana convivenza siano importanti tanto la dimensione personale (in ogni caso prioritaria) quanto quella comunitaria (il che, notiamo en passant, implica che tanto un capitalismo ultraliberaista quanto il comunismo, o anche solo uno statalismo “spinto” sono incompatibili con la visione cristiana della realtà). Non per nulla su tali questioni generali il Magistero della Chiesa, oltre che una bimillenaria tradizione filosofico-teologica, ha illuminato ampiamente le coscienze con diverse Encicliche, così da rendere l'unità tra cristiani su tali temi possibile e doverosa. Si pensi alle grandi Encicliche sociali, dalla Rerum Novarum alla Centesimus annus.

Il problema nasce quando dai principi generali si scende alla loro applicazione particolare. Lì una divergenza è pressoché inevitabile, e tanto maggiore, quanto più si scende verso il dettaglio: è giusta o no una certa legge? Lo è un certo articolo di una certa legge? O, caso dove la divergenza è ancor più legittima (perché opportunità e giustizia non sono la stessa cosa): è opportuno fare le barricate su una certa legge?

né necessariamente uniti

La pretesa che i cristiani siano sempre e necessariamente uniti fino al dettaglio rispecchia quella teologia politica, su cui Massimo Borghesi ha scritto una interessante monografia: Critica della teologia politica. Da Agostino a Peterson. Come evidenzia Borghesi, l'assetto creato da una situazione di quel tipo implica una commistione tra teologico e profano, a tutto svantaggio del teologico, della fede. La fede infatti si trova in tal modo ad essere trascinata di peso nell'agone politico, e inevitabilmente ne viene infangata. Ad esempio gli inevitabili limiti ed errori dei politici che pretendono di “rappresentare la Chiesa”, che pretendono di essere l'unico modo in cui la fede può impattare sulla politica, finiscono col trascinare nel loro gorgo la stessa fede, togliendole credibilità e creando così un serio ostacolo alla missione. Senza contare che quest'ultimo ostacolo ci sarebbe comunque, anche in assenza di particolari errori (penalmente rilevanti), per il solo fatto di perseguire scelte dettagliate altamente ripugnanti per chi potrebbe essere interessato alla fede, ma non a quel tipo di scelte particolari.

Anche per questo, occorre tener presente che la fede ispira sì le linee generali di una azione politica, ma nessun politico dovrebbe pretendere che il dettaglio delle sue scelte politiche sia l'unico e assoluto modo con cui si potrebbe “giocare“ la fede in politica. Più si scende nel dettaglio, e più entrano in gioco tali e tanti fattori da rendere, in ogni caso, relativa e discutibile una data scelta. Un “tentativo ironico”, insomma, piuttosto che una sacra e indiscutibile, mera esecuzione del volere dell'Altissimo. Un politico cristiano dovrebbe agire sotto la sua responsabilità. Senza pretendere di rappresentare la Chiesa. O la fede. Se le sue scelte sono buone, suo ne sarà il merito. Se producono frutti cattivi, sua, e non della Chiesa, ne sarà la colpa.

né necessariamente in ordine sparso

D'altra parte anche l'eccesso opposto sarebbe unilaterale: non è che per il fatto che non sia obbligatorio essere uniti fino al dettaglio, diventi obbligatorio essere divisi in politica.

Si dovrebbe invece cercare, senza diktat e senza anatemi (del tipo: “se non voti come dico io andrai all'Inferno”), di confrontare le proprie posizioni (si veda quanto detto sulla utilità/necessità del discutere, cioè del confrontare argomenti), per raggiungere la massima unità possibile: che ci si potrà aspettare sia maggiore, ovviamente, dove siano in gioco principi generali, ma senza rassegnarsi nemmeno su questioni più di dettaglio.

In questo senso va visto come un esempio di questo tipo di impostazione corretta il lavoro fatto negli ultimi decenni dall'intergruppo per la sussidiarietà, dove parlamentari cristiani italiani, pur eletti in diversi partiti politici, si confrontavano sistematicamente sui temi da discutere in parlamento, e cercavano di concordare il più possibile azioni comuni. In un clima umano di amicizia e di leale collaborazione.

Tuttavia anche questo ha rischiato e rischia di essere troppo poco, se manca, a monte, un confronto di tipo culturale sui grandi temi oggi sul tappeto, e che stanno a monte delle scelte politiche concrete. E questo in effetti manca. La pretesa di avere il monopolio della corretta impostazione cristiana in politica crea, a questo livello pre-politico, culturale, polarizzazioni e incomunicabilità. Paradossalmente mentre i politici cristiani, per quanto appartenenti a formazioni politiche diverse, riescono a dialogare fruttuosamente, gli intellettuali cristiani (teologi, filosofi, accademici in genere e giornalisti) fanno molta più fatica ad ascoltarsi e a cercare delle sintesi ragionevoli. Sintesi come potrebbero essere quelle raggiungibili o almeno asintoticamente avvicinabili, ad esempio, in convegni di approfondimento su tematiche di raccordo tra i grandi principi (su cui c'è già l'intervento del Magistero) e la politica spicciola (su cui i politici cristiani hanno meno problemi a dialogare).

📚 Bibliografia essenziale

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