Certezze e problemi

di cosa può essere certo un cristiano?

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Pubblichiamo qui quanto già pubblicato sul Blog: contiamo di ampliarlo ulteriormente.

Premessa: intendiamo per essenziale il dato rivelato, che crediamo per fede, il dogma, il soprannaturale;
il non-essenziale è tutto il resto, tutto ciò che relativo all'ambito naturale (in senso teologico).

posizioni erronee

C'è un cattolicesimo “di sinistra”, che a partire dal fatto che non abbiamo certezze sul non-essenziale deduce che non abbiamo certezze nemmeno sull'essenziale.

E c'è un cattolicesimo “di destra”, che a partire dal fatto che abbiamo delle certezze sull'essenziale deduce che ne abbiamo anche sul non-essenziale (ne abbiamo di derivate dalla fede = con lo stesso valore di assolutezza della fede).

Il primo sbaglia per difetto, il secondo per eccesso. Il primo proietta la debolezza della natura sul soprannaturale, che ha invece una sua forza, il secondo proietta la forza del soprannaturale sulla natura, che è invece limitata (per natura) e ferita (per il peccato originale). Il primo relativizza dell'assoluto, il secondo assolutizza del relativo.

Il primo, dubitando che la fede sia una certezza, equipara il Cristianesimo alle “altre religioni”, il secondo, presumendo di sapere già tutto, non si limita ad affermare la fede (cosa che del resto fa in modo ideologico e aggressivo) nella sua essenzialità, ma vi aggiunge tutta una serie di pseudo-certezze (che la Terra sia al centro dell'universo, o che il primo uomo sia stato letteralmente fatto con del fango), in realtà legate alla sua particolare situazione storico-culturale-mentale. Il primo sbaglia perché ignora che un Dio che non ci desse quella cosa buona che è la certezza sull'essenziale non sarebbe buono, non sarebbe Padre, lasciandoci brancolare nel buio. Mentre “qui sequitur Me, non ambulet in tenebris”.

Il secondo sbaglia perché dimentica che Cristo non è “la soluzione di tutti i problemi” (geocentrismo ed evoluzionismo inclusi, per esempio), anche se getta una luce importante su tutto e ci dispone ad affrontare nel modo migliore tutti i problemi; ma non meccanicamente, non nel dettaglio del contenuto. Se voglio risolvere una equazione devo studiare matematica, non leggere la Bibbia. Non bisogna né svendere la fede al mondo, dissipando la ricchezza donataci, né arroccarsi in una autodifesa chiusa e sterile. Don Giussani non ha fatto così, come non l'ha fatto Giovanni Paolo II.

la posizione giusta

Ma c'è anche un cattolicesimo ben centrato (centrato, non ... “di centro”) che vive la fede come una certezza (al contrario della “sinistra”), ma non perciò (al contrario della “destra”) ne deduce meccanicamente tutto ciò che per essere conosciuto richiede il concorso della ragione naturale, filosofica e scientifica, e una paziente progressività, una inevitabile componente di approssimatività (diversa dallo scetticismo e dalla rinuncia a tutta la precisione possibile) e di progressiva approssimazione al vero. Don Giussani ha vissuto e insegnato questo terzo atteggiamento: certissimo sull'essenziale, e capace di valorizzare il positivo ovunque si trovi, senza pretendere di sapere di più di quello che sapeva (“non ritenni di sapere altro in mezzo a voi, se non Gesù Cristo e questi crocifisso”, certo di alcune grandi cose). Non c'è un ambito naturale separato dal soprannaturale: Cristo è centro del cosmo e della storia; ma il riconoscimento della Sua presenza non risparmia dalla piena attivazione della capacità conoscitive naturali per addentrarsi sempre meglio in quell'ambito naturale, che se non è separato è però distinto dal soprannaturale.

chiarimenti

In un dato momento storico siamo allora costretti a semplici probabilità sul non-essenziale? Dobbiamo forse allora dire che alternative tra loro incompatibili sono equivalenti dal punto di vista del loro valore di verità?

Se usiamo bene delle fonti di conoscenza che Dio ci dà possiamo avere la luce sufficiente per impostare accettabilmente bene ogni problema: come diceva Einstein “Dio non gioca ai dadi”, né vuole che per risolvere un problema ci giochiamo noi.

Però è diverso l'atteggiamento di uno che proietta su un problema naturale tutta la pretesa di assolutezza che gli viene dalla fede, ritenendo che non ci sia differenza qualitativa tra i due tipi di conoscenza (forse lo può fare un santo in casi eccezionali), e l'atteggiamento di uno che è consapevole che il suo, riguardo a quel problema (non-essenziale) specifico è solo un tentativo ironico; in cui pure ce la mette tutta per non sbagliare.

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