la bottega dello speziale

Cristiani e ambito profano

quale rilevanza teologica ha l’ambito profano?

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«si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti
per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere,
perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla,
dignitosa e dedicata a Dio.
Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio»
(1Tm, 2, 1)

il problema

evangelizzazione o promozione umana?

Si può cristianamente pensare che l’ambito profano sia irrilevante ai fini della vita di fede? Possiamo cioè pensare che

  • a) qualunque cosa noi pensiamo dei problemi relativi a tale ambito
  • e b) qualunque cosa noi facciamo in tale ambito

sia sostanzialmente insignificante, irrilevante, nel nostro rapporto con Cristo?

La risposta, in sintesi, impone una distinzione: 1) il buon assetto del livello naturale (cultura e società) è auspicabile, e un cristiano non può non darvi un contributo; ma 2) non perché esso sia una condizione, un requisito senza del quale non sarebbe possibile vivere la fede. I martiri cristiani sono lì a testimoniarlo. In altri termini il buon assetto del livello naturale è effetto e non causa (o condizione) della fede, di una fede vissuta.

Quindi un cristiano, da un lato, non può non muoversi affinché l’umano sia il più possibile salvato anche nel suo livello naturale. Ma, d’altro lato, ciò non perché ci siano circostanze naturali che possano impedire di credere. Se la fede fosse resa possibile solo dal verificarsi di tali requisiti naturali, allora non ci troveremmo più davanti a un evento soprannaturale. ma davanti a un costrutto “umano, troppo umano”, per dirla con Nietzsche, davanti a un progetto di potere, al limite a una “religione civile”.

1) dalla fede al profano

da un punto di vista storico

Comunque un cristiano non può essere indifferente al livello naturale della realtà umana. Ne troviamo una conferma storica, nel fatto che per secoli la Chiesa non ha coltivato una tale indifferenza: tanto è vero che si è mossa affinché nell’ambito profano ci fosse l’assetto x invece che l’assetto y. Si pensi alla preferenza del Papato per i Franchi, rispetto ai Longobardi e ai bizantini, e all’intervento affinché i Franchi liberassero il Papato dal pericolo rappresentato da Longobardi e Bisanzio. Si pensi all’impegno della Chiesa per la crociata: non era indifferente a che i luoghi santi fossero o meno in mano ai maomettani. Si pensi ai tanti legami con gli stati cristiani affinché facessero certe scelte invece di altre. E questo interesse per il profano non vale solo per la politica, ma anche per la filosofia: la Chiesa ha manifestato la preferenza per certe impostazioni (come quella di Platone e di Aristotele), mentre ne ha condannate altre (come il materialismo, l’idealismo o il positivismo).

da un punto di vista teoretico

Da un punto di vista teoretico si potrebbe dire che non basta volere il bene, occorre anche pensare bene, ciò che è particolarmente necessario per le questioni “profane”, quelle insomma che riguardano l'ambito profano, la vita presente, personale e collettiva. In altri termini ancora esistono “peccati dell'intelletto”, un modo colpevolmente scorretto di usare la ragione nell'affrontare anche i problemi “profani”, e la ragione ce l'ha data il Creatore, affinché la usiamo, e la usiamo bene. E di questi peccati dell'intelletto, che oltretutto causano evitabili sofferenze ed evitabili complicazioni già nel presente, dovremo rendere conto.

E siccome non siamo atomi, è nostro dovere (e ci conviene umanamente) a) farsi aiutare e b) aiutare ad usare la ragione nel miglior modo possibile. Per affrontare anche i “problemi profani” nel miglior modo possibile. Problemi profani, inclusa la componente di convivenza collettiva, la politica.

una obiezione non banale

C’è però una obiezione non banale, e che non si può schivare: Gesù Cristo, che pure si è comportato per certi aspetti in modo politico, non ha però “fatto politica”. Non ha ad esempio preso posizione su come gli Ebrei dovessero rapportarsi al potere romano (se ribellarsi o sottomettersi convintamente, per esempio). Non solo, ma nemmeno i cristiani dei primi secoli hanno fatto politica, non si sono impegnati nell’agone politico: la loro unica preoccupazione era la missione, la testimonianza da persona a persona.

Vediamo come si può rispondere a questa obiezione. Sulla persona di Cristo si può anzitutto osservare che è sì vero che il cristiano è chiamato a imitarLo, ma non nel senso senso di fare solo e tutto ciò che ha fatto Lui. Cristo non era insegnante e non dava voti agli studenti, eppure è bene che ci siano insegnanti cristiani, senza che ciò configuri un tradimento della fede. Cristo non era medico (in senso stretto e specifico, anche se guariva la gente), ma non è che non possano esserci medici cristiani. Non era fornaio, né macellaio, né commerciante, né ingegnere; ma non è che per questo non possano esserci fornai, macellai, commercianti, ingenieri cristiani. E non è che debbano vivere la loro professione come un “di meno”, per il quale sentirsi in colpa. Ci potrebbe essere l’ulteriore obiezione, che l’ideale sarebbe che tutti almeno lo imitassero nella consacrazione verginale e pensando solo al soprannaturale e alla vita eterna. Ma anche qui si potrebbe rispondere che in Cristo si riuniscono vari modi di vita verginale, che di fatto nessuno, dopo di lui, potrebbe più sintetizzare, riunire tutti in sé come lo erano in Lui: la contemplazione (ora appannaggio esclusivo dei monaci), la missione (ora appannaggio esclusivo, in senso stretto, dei missionari), l’attività caritativa, lo studio della Scrittura, la cura della liturgia, la catechesi e simili, che ora sono appannaggio di rami specifici, “specializzati”, di consacrati. Quindi una imitazione totale e perfetta di Cristo non è oggi realisticamente possibile. Non è insomma in nessun caso possibile fare tutto e solo quello che ha fatto, nella sua vita terrena, Cristo. Piuttosto quello che ci è chiesto è di fare come Lui farebbe, se fosse nelle mie, contingenti e specifiche, condizioni.

In secondo luogo si può osservare che, pur non avendo fatto direttamente politica, Cristo ha trasmesso una concezione dell’uomo e della realtà che non è senza implicazioni politiche. Il suo grande rispetto per la libertà, ad esempio, è implicitamente una condanna per ogni tipo di tirannide. Il suo grande rispetto per la dignità della persona è implicitamente una condanna per qualsiasi concezione politica (ed economica), che tale dignità comprometta. La sua sottolineatura che l’uomo si realizza nell’amore del prossimo è una implicita condanna per ogni sistema che ponga come valore supremo l’egoismo e la lotta tra esseri umani (Hobbes e Schmitt, ad esempio, affermando l’originarietà e la inevitabilità del contrasto, non hanno sviluppato una antropologia compatibile con la fede). Ancora: in Lui, morto per la verità, c’è una implicita condanna dello scetticismo e del relativismo; ma al tempo stesso in Lui, che non ha chiamato a difenderlo “dodici legioni di angeli” e ha sempre cercato di adattare il suo linguaggio all’uditorio, c’è anche il rifiuto di un dogmatismo intollerante e impositivo. E così via.

Per quanto poi riguarda la comunità cristiana dei primi secoli, anche lì essa non ha fatto direttamente politica (anche perché non era materialmente possibile cambiare qualcosa di una struttura come l’Impero romano, che era ben lontana dal permettere una partecipazione popolare alla vita politica). Anzi il consiglio di San Paolo ai primi cristiani è di sottomettersi al potere statale, in tutto quanto le sue direttive non contrastano la fede. Tuttavia l’antropologia vissuta dai cristiani ha posto le basi affinché, da persone cambiate, potesse nascere una società cambiata, lievitando pazientemente un cambiamento dal basso, senza previi progetti totalizzanti.

2) dal profano alla fede?

Quindi, da una fede vissuta non può non derivare un miglior assetto dell’ordine naturale, dell’umano, anche nella dimensione culturale e collettiva. Ma ci si potrebbe chiedere se qualunque cambiamento dell’ambito profano, prodotto dall’influsso di cristiani, sia qualcosa di positivo?

la tentazione della strumentalizzazione della fede

un rischio da non sottovalutare

Certo, un mondo che sia il più possibile fedele alla verità della natura umana, un mondo che realizzi il più possibile il bene collettivo naturale (leggi giuste, convivenza pacifica e rispettosa delle esigenze autenticamente umane, benessere, rispetto per tutto ciò che è vero e buono) è preferibile a uno che non lo realizzi. E’ insomma certamente un bene che il bene sia attuato, non solo il bene soprannaturale, ma anche il bene naturale. Un po’ come la salute è meglio della malattia. Anche se la malattia non è una obiezione alla fede (e può anzi diventare addirittura una occasione di crescita nella fede).

In ogni caso l’attuazione del bene naturale, per quanto auspicabile e preferibile, non solo non è condizione per attingere la cosa più importante, cioè il bene soprannaturale. Ma addirittura può capitare che il perseguimento di un certo bene naturale, in questo caso di un certo assetto collettivo naturale, vada a detrimento, a discapito del bene soprannaturale. In tal caso esso cesserebbe di essere un bene. Un bene minore che pregiudicasse e compromettesse un bene maggiore, non sarebbe più qualcosa di buono.

Ovviamente, non si sta dicendo che il perseguimento di un bene naturale sia necessariamente alternativo al perseguimento del bene soprannaturale.

Lo può essere.

Soprattutto se quella che viene perseguita non è realmente la totalità del bene naturale, ma è un suo aspetto parziale, che viene disarticolato dalla totalità, fino ad essere fatto oggetto di una vera e propria idolatria. E un po’ quello che è accaduto negli ultimi decenni con alcuni cristiani “fissati” su certi “principi non-negoziabili”, disarticolati dalla totalità dei valori che a un cristiano dovrebbero stare a cuore.

Il perseguimento del bene collettivo naturale, per essere davvero tale, deve avere presente l’intero arco del bene collettivo naturale, e non un suo moncherino, e deve rispettare la incondizionata priorità del bene soprannaturale.

Per cui una modalità sgangheratamente isterica di perseguire un certo obbiettivo, una modalità che spinga a considerare nemico da abbattere chi osi anche solo dubitare del modo con cui tale obbiettivo viene perseguito, non sarebbe una modalità integralmente cristiana. Anche perché traccerebbe la linea di demarcazione tra il bene e il male, anticiperebbe il Giudizio Universale, su un particolare discutibile (che passi o no una certa legge nella società), dimenticando il punto cruciale (il sì o il no personale a Cristo). E in questo modo rischierebbe di escludere molti dalla possibilità di incontrare Cristo. Che è la cosa più importante.

schema sul rapporto leggi/mentalita

A sua volta, la parzialità di obbiettivi e la modalità isterica di perseguirli deriva dall’idea, almeno implicita, che senza tali obbiettivi non sia possibile vivere la fede. Ma questo è, appunto, falso.

È teologicamente falso che occorrano certe condizioni politiche per poter credere.

Ed è razionalmente falso che siano le leggi a creare una mentalità e a spingere la gente al bene: è vero piuttosto che le leggi seguono la mentalità predominante, più che crearla. La legge sul divorzio in Italia non ha creato una mentalità, ma è stata l'esito di una mentalità già diffusa tra la gente. E così anche la legge sull'aborto (1978): c'era già prima una diffusa accettazione dell'idea che l'aborto debba essere permesso. Altrimenti come spiegare che, nel referendum del 1981, tre anni dopo, più dell'85% degli italiani, abbia rifiutato di abrogarla? È possibile che una mentalità cambi dal giorno alla notte in meno di tre anni?

fattore personale e fattore impersonale

Un profano bene impostato favorisce la fede?

In ogni caso è meglio che la gente riconosca delle idee giuste piuttosto che idee sbagliate, ed è meglio che ci siano leggi giuste piuttosto che leggi sbagliate, è meglio che ci sia l'assetto (collettivo-naturale) più giusto possibile piuttosto che un assetto sbagliato. E questo, lo si è appena accennato, non è l'esito di un progetto dal vertice (istituzionale della società), ma è il frutto di una lievitazione dal basso, dalla società.

Ma questa lievitazione dal basso, che produca un auspicabile cammino verso una società sempre più giusta e umana, è prodotto esclusivo del cambiamento delle singole persone, del loro cuore, del loro libero arbitrio? O deriva anche da fattori collettivo-impersonali, come ad esempio il confronto pubblico tra argomenti?

E ancora: il fatto che in una certa società siano diffuse delle idee buone, o ci siano delle leggi buone, un assetto civile buono, è un valore? E’ qualcosa da cui aspettarsi un bene anche a livello personale e soprannaturale?


Da un lato, non è che le idee e le leggi (riassumiamo con questa espressione l’ambito culturale e quello politico) siano irrilevanti e inincidenti: la vita umana non è fatta di compartimenti stagni. Non si può ad esempio dimenticare che i cambiamenti avvenuti con i movimenti ecclesiali sono sì dovuti soprattutto alle scelte esistenziali di alcune persone, come i loro fondatori, e quindi alla loro esperienza personale. Ma tale esperienza è stata resa possibile, nella sua integralità, anche da tutto un lavoro intellettuale, culturale, che l’ha preceduta. Penso alle riflessioni del card. Newman, alla scuola di Tubinga, alla scuola di Le Sauchoir, alla scuola di Lione.

E, a livello politico, è bene che ci sia il massimo confronto di argomenti, soprattutto tra chi condivide certi presupposti: non ha senso porsi come ideale quello di andare in ordine sparso.

Più l'assetto civile sarà buono e giusto (come risultato di una cultura il più possibile vera e da istituzioni il più possibile giuste), meno sarà facilitata l'obiezione satanica che il tutto sia governato da un cieco caso: un mondo (umano) giusto favorisce il pensiero che la realtà (intera) sia giusta. E quindi aiuta ad attutire e smorzare la tentazione di pensare che Dio non esista, e che tutto sia caos e puro, assurdo, caso.


D’altro lato, tuttavia, un confronto pacifico e costruttivo tra esseri umani, da cui possa derivare una cultura il più possibile vera e un assetto civile-istituzionale il più possibile giusto, sarà tanto più efficace quanto più l’umano (il personalmente umano) da cui fiorisce sarà autentico, sarà seriamente impegnato, personalmente impegnato, con la propria (personale) verità umana. Nella misura in cui non lo fosse, e nella misura in cui idee e leggi non si radicassero nella verità umana di chi le “produce” e nella nella verità umana di chi le “riceve”, esse resterebbero sterili.

Un “aleggiare” impersonale, nella società, di valori in sé giusti, ma non incarnati da nessuno, non testimoniati personalmente, non servirebbe a molto.

Potrebbe impedire un certo tipo di male esteriore, e questo non sarebbe comunque inutile.

Ma nella misura in cui mancasse il libero coinvolgimento delle persone, della loro esperienza in ultima analisi fondata sul riconoscimento almeno implicito del Mistero, il rapporto col Quale è la cosa determinante, si tratterebbe di un semplice maquillage superficiale, di una imbiancatura di sepolcri, che resterebbero, dentro, “pieni di ossa marce” (Mt, 23, 27).

L'impersonale ha sì una sua importanza, e può anche avere ricadute positive sul personale, ma poggia ultimamente sul personale. L'impersonale insomma ha una sua non trascurabile rilevanza, ma decisivo è il personale.

personale non equivale a diretto

Un'ultima riflessione: il fattore personale non passa solo attraverso il contatto diretto, faccia a faccia. Passa sì soprattutto attraverso di esso, come giustamente sottolineava Socrate. Ma se passasse solo attraverso di esso (come appunto pensava Socrate) non avrebbero senso diverse cose, che invece un senso l'hanno.

Non avrebbe senso, ad esempio, scrivere libri: i libri sono rivolti a una platea indefinita, tendenzialmente illimitata. Sono sì rivolti a delle persone, ma chi li scrive non può guardare negli occhi chi li leggerà (e viceversa), né può imbastire una comunicazione dialogica diretta.

Analogamente non avrebbe senso che ci fossero programmi radio, TV, podcast e simili, che sono rivolti a un pubblico tendenzialmente illimitato.

Ma che queste forme di comunicazione abbiano senso, oltre che dall'argomento che io non posso escludere che tra il potenziale “pubblico” ci possa essere qualcuno che ne trarrà giovamento, c'è il fatto che alcuni più grandi santi hanno scritto dei libri, o hanno favorito che venissero scritti.

Agostino ha scritto libri, libri ha scritto Tommaso d'Aquino, e così pure Giovanni Paolo II e don Giussani.

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