Quale unità tra cristiani in politica
un equilibrio da trovare
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Francesco Bertoldi
premessa
Quanto si dirà qui vale per tutti i cristiani e il loro rapporto con la politica. Ma muove anzitutto dal caso del rapporto fede/politica di quel movimento ecclesiale che più ha avuto un forte impatto con la politica, ossia CL.
il nocciolo del problema
doverosa divergenza?
Spesso nelle cose umane si reagisce a un eccesso con l’eccesso opposto. Così è capitato che all’ingenua e rozzamente schematica idea di una meccanica unità dei cristiani (e dei ciellini) sulle questioni culturali e politiche (“tutti devono pensare allo stesso modo”), si è passati a una non meno rozzamente schematica, almeno implicita, idea che ognuno deve pensare a modo suo, come una monade leibinziana, senza porte né finestre. Senza la possibilità, cioè, di confrontarsi su altro che non siano esperienze singolari.
Dall’idea, insomma, che si deve essere tutti d’accordo si è passati all’idea che si deve essere tutti in disaccordo, dimenticando che ci sarebbe una terza possibilità: che si può essere in disaccordo, ma si deve cercare il più possibile di capirsi e di raggiungere la massima convergenza possibile.
Una convergenza cioè non forzata, che non passi sulla testa della reale convinzione dei singoli, ma che tenga conto che il confronto arricchisce (si pensi solo all’importanza della competenza, che non tutti possono avere su tutto e che rende sommamente auspicabile la massima collaboratività intersoggettiva) e non viola un presunto inviolabile e arcano sacrario interiore. Andare programmaticamente in ordine sparso rende irrilevante la presenza cristiana.
Si può osservare che un irrigidimento su questa sorta di non ben chiarita “doverosa divergenza” ha fornito uno dei pretesti per (tentare di) liquidare la stessa idea di carisma (nel caso di Comunione e Liberazione, almeno). Quindi è sommamente opportuno charire bene questo punto.
che tipo di unità
Vediamo di capire meglio che cosa si intende con l'idea che si deve essere tutti uniti. È chiaro che si intende: “uniti fino al dettaglio”.
Sui principi generali, infatti, è altrettanto ovvio che, lì sì, si deve essere uniti: la fede infatti illumina le grandi questioni di antropologia e filosofia politica, nella loro massima generalità, nelle loro linee essenziali. Un cristiano cioè non dovrebbe dubitare delle linee portanti dell'antropologia, che l'uomo ad esempio sia composto sia di una dimensione materiale (il corpo) sia di una dimensione spirituale (l'anima), così come non dovrebbe dubitare che per l'uomo e l'umana convivenza siano importanti tanto la dimensione personale (in ogni caso prioritaria) quanto quella comunitaria (il che, notiamo en passant, implica che tanto un capitalismo ultraliberaista quanto il comunismo, o anche solo uno statalismo “spinto” sono incompatibili con la visione cristiana della realtà). Non per nulla su tali questioni generali il Magistero della Chiesa, oltre che una bimillenaria tradizione filosofico-teologica, ha illuminato ampiamente le coscienze con diverse Encicliche, così da rendere l'unità tra cristiani su tali temi possibile e doverosa. Si pensi alle grandi Encicliche sociali, dalla Rerum Novarum alla Centesimus annus.
Il problema nasce quando dai principi generali si scende alla loro applicazione particolare. Lì una divergenza è pressoché inevitabile, e tanto maggiore, quanto più si scende verso il dettaglio: è giusta o no una certa legge? Lo è un certo articolo di una certa legge? O, caso dove la divergenza è ancor più legittima (perché opportunità e giustizia non sono la stessa cosa): è opportuno fare le barricate su una certa legge?
né necessariamente uniti
La pretesa che i cristiani siano sempre e necessariamente uniti fino al dettaglio rispecchia quella teologia politica, su cui Massimo Borghesi ha scritto una interessante monografia: Critica della teologia politica. Da Agostino a Peterson . Come evidenzia Borghesi, l'assetto creato da una situazione di quel tipo implica una commistione tra teologico e profano, a tutto svantaggio del teologico, della fede. La fede infatti si trova in tal modo ad essere trascinata di peso nell'agone politico, e inevitabilmente ne viene infangata. Ad esempio gli inevitabili limiti ed errori dei politici che pretendono di “rappresentare la Chiesa”, che pretendono di essere l'unico modo in cui la fede può impattare sulla politica, finiscono col trascinare nel loro gorgo la stessa fede, togliendole credibilità e creando così un serio ostacolo alla missione. Senza contare che quest'ultimo ostacolo ci sarebbe comunque, anche in assenza di particolari errori (penalmente rilevanti), per il solo fatto di perseguire scelte dettagliate altamente ripugnanti per chi potrebbe essere interessato alla fede, ma non a quel tipo di scelte particolari.
Anche per questo, occorre tener presente che la fede ispira sì le linee generali di una azione politica, ma nessun politico dovrebbe pretendere che il dettaglio delle sue scelte politiche sia l'unico e assoluto modo con cui si potrebbe “giocare“ la fede in politica. Più si scende nel dettaglio, e più entrano in gioco tali e tanti fattori da rendere, in ogni caso, relativa e discutibile una data scelta. Un “tentativo ironico”, insomma, piuttosto che una sacra e indiscutibile, mera esecuzione del volere dell'Altissimo. Un politico cristiano dovrebbe agire sotto la sua responsabilità. Senza pretendere di rappresentare la Chiesa. O la fede. Se le sue scelte sono buone, suo ne sarà il merito. Se producono frutti cattivi, sua, e non della Chiesa, ne sarà la colpa.
né necessariamente in ordine sparso
D'altra parte anche l'eccesso opposto sarebbe unilaterale: non è che per il fatto che non sia obbligatorio essere uniti fino al dettaglio, diventi obbligatorio essere divisi in politica.
Si dovrebbe invece cercare, senza diktat e senza anatemi (del tipo: “se non voti come dico io andrai all'Inferno”), di confrontare le proprie posizioni (si veda quanto detto sulla utilità/necessità del discutere, cioè del confrontare argomenti), per raggiungere la massima unità possibile: che ci si potrà aspettare sia maggiore, ovviamente, dove siano in gioco principi generali, ma senza rassegnarsi nemmeno su questioni più di dettaglio.
In questo senso va visto come un esempio di questo tipo di impostazione corretta il lavoro fatto negli ultimi decenni dall'intergruppo per la sussidiarietà, dove parlamentari cristiani italiani, pur eletti in diversi partiti politici, si confrontavano sistematicamente sui temi da discutere in parlamento, e cercavano di concordare il più possibile azioni comuni. In un clima umano di amicizia e di leale collaborazione.
Tuttavia anche questo ha rischiato e rischia di essere troppo poco, se manca, a monte, un confronto di tipo culturale sui grandi temi oggi sul tappeto, e che stanno a monte delle scelte politiche concrete. E questo in effetti manca. La pretesa di avere il monopolio della corretta impostazione cristiana in politica crea, a questo livello pre-politico, culturale, polarizzazioni e incomunicabilità. Paradossalmente mentre i politici cristiani, per quanto appartenenti a formazioni politiche diverse, riescono a dialogare fruttuosamente, gli intellettuali cristiani (teologi, filosofi, accademici in genere e giornalisti) fanno molta più fatica ad ascoltarsi e a cercare delle sintesi ragionevoli. Sintesi come potrebbero essere quelle raggiungibili o almeno asintoticamente avvicinabili, ad esempio, in convegni di approfondimento su tematiche di raccordo tra i grandi principi (su cui c'è già l'intervento del Magistero) e la politica spicciola (su cui i politici cristiani hanno meno problemi a dialogare).
per quale obbiettivo
A cette liberté, à cette gratuité j'ai tout sacrifié, dit Dieu,
A ce goût que j'ai d'être aimé par des hommes libres,
Librement,
Gratuitement trad.
Péguy, Il mistero dei Santi innocenti
È decisivo aver chiaro quale sia l'obbiettivo dell'agire dei cristiani in politica. In sintesi:
non si tratta di rendere buone le persone, imponendo loro il bene, imponendo loro tutta la verità, imponendo loro la fede.
Si tratta di rendere possibile alle persone l'adesione al bene, l'incontro con Cristo, di rendere possibile la libera adesione alla proposta cristiana (come a qualsiasi altra proposta, che non danneggi gli altri). Si tratta di creare le migliori condizioni (politiche, civili, sociali) perché le persone possano scegliere il più consapevolmente e liberamente possibile.
Non è insomma che uno debba essere forzato a fare il bene, ma che uno sia libero di poterlo fare.
In altri termini ancora: il punto decisivo è garantire al massimo la libertas Ecclesiae. Che poi implica la libertà per tutti di seguire la propria coscienza (in ciò che non danneggia gli altri).
Senza che ciò sia alternativo al garantire l'assetto più giusto possibile, ad ogni livello. Purché ciò sia il più possibile frutto di una convinzione, raggiunta dialogando, e non di una imposizione.
E ciò per almeno due ottime ragioni:
- dal punto di vista teologico, è l'impostazione che più rispecchia la “politica” di Dio, che
- non si impone, ma si propone;
- che non vuole essere obbedito da schiavi, ma amato da figli.
- dal punto di vista civile, questa impostazione è l'unica che possa garantire una convivenza pacifica in società multiculturali. Ogni cultura totalizzante deve accettare di essere una parte, che si propone alla libertà (=democrazia), senza pretende di essere (il) tutto, che si impone alle altre parti (=autocrazia, dittatura).
con quale “stile”
“πάντα δὲ δοκιμάζετε, τὸ καλὸν κατέχετε”
(“esaminate ogni cosa, trattenete ciò che è buono”)
S.Paolo, 1Ts, cap.5, v.21
Lo stile dei cristiani in politica deve essere il dialogo. Che non significa relativismo (tutte le idee si equivalgono), non significa cioè dare ragione (a tutti), ma dare le ragioni (della propria impostazione) a tutti, confrontandole benevolmente e argomentatamente con le ragioni altrui. E trattenendone il valore (come dice San Paolo), nella misura in cui tale valore c'è.
Approfondisco questo tema del dialogo nel mio testo Dia-logos . Per una ragionevole convivenza in una società multiculturale, Marcianum Press, Venezia 2023.
un impegno serio, ma senza isterie
«Teach us to care
and not to care»
T.S. Eliot, Ash Wednesday
Un importante corollario di questo stile è che l'azione del cristiano in politica deve evitare due opposti errori:
- un disimpegno pubblico, come se quanto accade nella convivenza “civile” fosse irrilevante, come se importasse “solo il Paradiso”;
- un atteggiamento isterico, come se l'assetto politico fosse decisivo, come se la bontà della volontà dipendesse dalla bontà delle leggi positive, statali.
Chi è in questo secondo atteggiamento assume spesso toni istericamente minacciosi, del tipo “se non voti contro quella legge, andrai all'Inferno”. Oltre e più che una mancanza di carità e di presuntuoso arrogarsi del poteri divini, questa posizione rivela anzitutto una sfiducia nel fatto che l'Iniziativa prima di tutto è nelle mani di un Mistero buono e provvidente. E poi dimostra di non aver capito quanto la semplice ragione, guardando ai fatti storici, può dire: che non sono le leggi a rendere eticamente buoni gli esseri umani, e a consentire loro la salvezza eterna.
In sintesi l'impegno politico, per un cristiano, non è né irrilevante, né decisivo.
È un impegno da condurre con la massima serietà possibile, senza tuttavia pensare che da esso dipende tutto, dipenda la cosa più importante, che è l'incontro con Cristo, che è affidta alla libertà delle persone e non a progetti collettivi, politici.
La storia è lì a dimostrare che il Cristianesimo ha potuto diffondersi, nei primi secoli, avendo contro lo Stato (si pensi alle cruente persecuzioni a ui l'Impero romano sottopose la nascente Chiesa). Mentre ha perso sempre più terreno, nei secoli moderni, avendo lo Stato al suo servizio.
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