Cimabue, il volto del Crocifisso

la Croce e noi

come il mistero del male ci tocca

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il male “oggettivo”

Dire Croce è dire peccato, e quindi male. Che “tonalità emotiva” è giusto avere davanti al male? Che peso è giusto riconoscere al male? Davanti a queste domande ci possono essere due grandi tipi di risposta: uno è quello che trova espressione in Bernanos, per cui il male fa tremendamente male e deve essere preso con grande serietà, l'altro è quello che trova espressione soprattutto in Chesterton, che guarda al male anche con un'ironia non priva di divertimento, perché chi fa il male, si fa male, e si rende, poco o tanto grottesco e ridicolo.

Una via di mezzo tra i due è in Dostoevskij, nella cui opera il male da un lato porta anche devastazioni profonde, ma dall'altro è comunque meno potente del Bene e lascia in chi lo fa il marchio del ridicolo (come ne I fratelli Karamazov il personaggio di Fëdor Pavlovic, ad esempio nel suo colloquio con lo starec, nel libro II, cap. II, Un vecchio buffone).

Una percezione sintetica tra Bernanos e Chesterton è anche in Lewis e Tolkien. Ch.S.Lewis scrive cose molto opportune ne Le lettere di Berlicche, dove il male, “bernanosianamente”, è in agguato ad ogni angolo, ma tempo stesso, “chestertonianamente”, non è poi così difficile smascherarlo: basta guardare fino in fondo la realtà; e infatti ne Il grande divorzio i “cattivi” sono inconsistenti e patetici.

Tolkien a sua volta, prende sì sul serio il male: nella sua trilogia Sauron uccide e devasta, ma vincere il male è possibile, con la semplicità di chi aderisce alla realtà; sono infatti proprio gli Hobbits, piccoli e materialmente deboli, a portare alla sconfitta del Male. Per ritrovarsi poi a festeggiare con la più grande naturalezza e semplicità. Con una tonalità emotiva cioè, alla fine, più lieta che angosciata.

Anche in Dante troviamo una sintesi tra componente bernanosiana e chestertoniana: il male fa certamente piangere, fa paura, e capita che Dante svenga dallo spavento, nel suo viaggio all'Inferno; non manca però anche una componente comica: il male si pensi a quanto avviene nella bolgia dei barattieri, un po' in tutti i canti XXII e XXII, ma soprattutto quando Campolo di Navarra fa fare una brutta figura ai diavoli, riuscendo a sfuggire loro e spingendoli a impantanarsi nella pece bollente; o ancora si pensi alla comicità dello scontro tra falsari, nel canto XXX, sempre dell'Inferno:

«E l’un di lor, che si recò a noia
forse d’esser nomato sì oscuro,
col pugno li percosse l’epa croia.

Quella sonò come fosse un tamburo;
e mastro Adamo li percosse il volto
col braccio suo, che non parve men duro,»
, la sua è una falsa, grottesca solennità.

Anche qui giova tener presente il concetto guardiniano di tensione polare (Gegensatz): la linea bernanosiana e quella chestertoniana non si escludono, ma si completano a vicenda. Poi dipende dal temperamento di ognuno. La cosa importante è che per non essere sopraffatti dal Male non si faccia leva sulla propria forza, ma sula forza di un Altro. Nel quale soltanto si può non soccombere al Male.

il “nostro” male

Verso il proprio peccato, però, non sarebbe giusto avere un atteggiamento “chestertoniano”: in questo senso nella sua Regola San Benedetto esortava a «mala sua praeterita cum lacrimis vel gemitu coditie in oratione Deo confiferi»confessare nella preghiera a Dio ogni giorno, con lacrime e gemiti i propri peccati passati[trad] e «de ipsis malis de caetero emendare»«fare in modo da emendarsene per il tempo della vita che resta»[trad.].

Se è vero che non sta a noi risollevarci con le nostre forze, possiamo però far operosamente affidamento sulla forza di un Altro, Che non possiamo far finta di non aver contristato in mille modi.

Per questo l'atteggiamento giusto è quello che faceva dire a Sant'Ambrogio: «da, quaeso, lacrymas Petri, nolo laetitiam peccatoris»«dammi, Ti prego, le lacrime di Pietro, non voglio l'allegria del peccatore»[trad.].

Tuttavia il peccato non esaurisce la questione: la Croce è anche segno di quanto il Mistero tenga a noi, a salvarci. Cioè è segno della Sua misericordia, più potente del peccato creaturale. Anche qui allora gioca un po' la necessità di una tensione polare tra contrizione e fiducia: non certo nel senso che uno possa ridere del proprio peccato, fare come se niente fosse, minimizzarlo, ma nel senso che la Misericordia del Mistero, a cui ci si può affidare con cuore contrito, è comunque più grande e più potente di qualsiasi nostro male. Per questo se S.Giovanni della Croce, davanti all'amica Santa Teresa d'Avila che si era permessa il lusso di mangiare qualcosa di gustoso, Le aveva detto, rimproverandola «se pensassimo a quanto sono grandi i nostri peccati, mangeremmo meno spesso cibi gustosi», la mistica di Avila gli aveva, non a torto, replicato che «se pensassimo a quanto è potente la Misericordia di Dio, ne potremmo mangiare più spesso.»

Il punto è che si abbia un autentico senso del peccato: che non è quello di aver sbagliato nei confronti di qualcosa di impersonale (una legge), per cui il punto sarebbe “mi dispiace perché io sono stato imperfetto”, “non ho osservato la legge”; piuttosto l'autentico senso del peccato è aver contristato ed essersi mostrato ingrato e diffidente verso un Tu, verso Chi ci ha amato al punto da morire in Croce per noi. Lo sguardo insomma non deve fermarsi a sé, ma deve andare al Tu di Cristo. Il problema non è la mia perfezione, ma il rapporto con Lui, guardando al quale uno può sempre rialzarsi, o meglio lasciarsi rialzare. Su questo don Giussani ha sempre detto cose preziose, ad esempio nelle Tischreden.