Per visualizzare questo contenuto devi accettare di utilizzare i cookie.
../img/Gerusalemme-celeste.jpg

stili cristiani

due grandi possibilità

In ultima analisi mi pare che si diano due grandi possibilità di vivere la fede, riassumibili in queste formule: 1) «rilassatevi, Dio esiste», 2) «datevi da fare, così farete esistere Dio».

Nel primo caso si è attenti essenzialmente all'opera di Dio. Nel secondo caso si è attenti essenzialmente all'opera del diavolo. Nel primo caso si pensa che in ultima analisi tutto ciò che accade è dentro la provvidenza buona di Dio. Nel secondo caso si è allarmatissimi per il predominio del diavolo.

Nel primo caso il cristiano crede che il punto sia lasciarsi aiutare da Dio, nel secondo che sia aiutare Dio (a esistere).

Nel primo caso prima c’è l’Iniziativa del Mistero, nel secondo caso l’iniziativa dell’uomo.

Nel primo caso la realtà è buona, perché creata da un Dio che esiste (precedentemente al nostro sforzo), nel secondo caso la realtà è vista con sospetto, deve essere corretta.

Nel primo caso possiamo (/dobbiamo) imparare dalla realtà, nel secondo caso dobbiamo insegnare alla realtà.

Nel primo caso uno sa che «ci sono più cose in cielo e in terra di quante ne conosca la» sua «filosofia» (1), nel secondo caso uno pensa di avere capito tutto. Tra parentesi, se c’è una categoria di persone che faceva perdere la pazienza a Gesù Cristo non erano pubblicani e prostitute, ma scribi e farisei, che appunto pensavano di avere capito tutto (di Dio).

Nel primo caso uno è disposto a imparare continuamente dalla realtà nella sua imprevedibilità, segno di un Mistero semper Maior, nel secondo caso uno ha già i suoi schemini e i suoi progettini e pensa che il punto sia applicarli, applicare quello che lui ha capito e sa, che è tutto quello che c’è da capire. Tutto deve essere progettato, l’imprevisto è cattivo, va tagliato via. Ma, così, si taglia via Cristo.

Nel primo caso l’altro «è un bene per me», perché è parte della realtà che è buona e segno di un Mistero di cui io non ho capito tutto (e segno lo è anche se non credente, come lo era Leopardi per Giussani), nel secondo caso sono buoni solo quegli altri che seguono i miei stessi schemini e progettini, dal resto dell’umanità non ho da imparare proprio niente (vedi «opzione Benedetto»: chiudiamoci in una fortezza, perché il mondo è cattivo).

Nel primo caso non è necessario che le leggi siano conformi al mio progetto, affinché io possa fare esperienza di Cristo, la fede cioè non necessita della stampella dello Stato, non è zoppa o handicappata, nel secondo caso uno non può credere se non ha lo Stato dalla sua parte (2).

Nel primo caso uno vive una letizia di fondo, per una Presenza anche dentro le inevitabili difficoltà e anche di fronte al male, proprio e altrui, nel secondo caso uno vive una paura e una inc**zatura di fondo, per una assenza, per l’assenza di ciò che nessuno sforzo umano può creare, perché il Mistero o c’è, prima e indipendentemente dal mio sforzo, o nessun mio sforzo lo potrà creare.

Se la mamma e il papà non ci sono, il bambino ha paura. Se il Mistero non è una presenza, noi tutti abbiamo paura. Se a dominare non è una gratitudine per una presenza, ma la percezione di una assenza, la paura domina. Dalla paura nasce l’aggressività, l’allarmismo continuo (vedi certi siti che vivono di continui allarmi), il sentirsi un fortino assediato da un mondo malvagio e in incurabile malafede, che va annientato per non esserne annientati. Dalla gratitudine nasce una volontà, pur con tutti i nostri limiti, di apertura e di dialogo, di valorizzazione del positivo, non si accusa l’altro di essere in malafede: Cristo in croce che dice «perdona loro perché non sanno quello che fanno».

Non è che ci sia qualcuno che riesce a vivere sempre coerentemente il primo atteggiamento, io almeno ne sono ben lontano, ma almeno uno vi tende, lo riconosce come ideale; mentre c’è chi non solo pratica, questo non sarebbe niente, ma proprio teorizza come ideale il secondo atteggiamento. Ed è lì che, si spera, prima o poi, dovrà correggersi.

note

(1) «There are more things in heaven and earth, Horatio, / Than are dreamt of in your philosophy.» Shakespeare – Hamlet, Atto I, scena V.

(2) Tra parentesi, non ricordo una sola frase non solo dei Vangeli, ma di tutto il Nuovo Testamento, in cui Gesù o gli autori sacri incitino i fedeli a porsi come obbiettivo (prioritario o meno) di cambiare qualche legge statale. Con buona pace di mons. Viganò, Gesù dice che il Suo Regno non è di questo mondo, e rifiuta sempre di farsi invischiare in lotte politiche: non è venuto per liberare gli Ebrei dal giogo romano, né, almeno immediatamente e come obbiettivo prioritario, per cambiare qualche struttura politica o qualche legge. Questo non vuol dire che un cristiano debba essere indifferente alle leggi: è certamente meglio che ci siano leggi giuste piuttosto che ingiuste; ma non è quella la priorità. Non si rende buono l’uomo grazie a leggi buone; ma diventeranno buone le leggi grazie al diventare buoni degli uomini. 

E infatti il cristianesimo si è diffuso avendo contro lo Stato e le sue leggi (primi secoli cristiani: persecuzioni); mentre ha perso incidenza avendo a suo favore lo Stato e le sue leggi (epoca moderna: cristianesimo religione di Stato). Le leggi buone dello Stato sono un bene, ma sono molto più effetto che non causa della bontà della società, degli esseri umani concreti.

Per visualizzare questo contenuto devi accettare di utilizzare i cookie.