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su S.Giovanni della Croce

La sua vita e la sua fede sono molto più grandi che le sue opere

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Divo Barsotti racconta il vero Giovanni della Croce

intervista di ANTONIO SOCCI (Il Sabato 7 settembre 1991)

Alla mistica ha dedicato deci­ne di libri tradotti in otto lingue e arrivati fino al Giappone. Ma quello che don Divo Barsotti ha pubbIicato un anno fa da Rusconi, La teologia spirituale di san Giovanni della Croce, ha scatenato vere polemiche. Spiega al Il Sabato: “Ho scritto questo libro contro la confusione insopportabile che si fai tra questo grande mistico e le dottrine Indù e Yoga”. Il volume comincia ricordando che uno dei maggiori interpreti del mistico, il Baruzi, dubita che le opere di Giovanni della Croce sgorghino dal dogma cattolico. Barsotti inanella uno sull'altro gli argomenti del Baruzi: nelle opere dello spa­gnolo non si parla mai del peccato originale, né della dipendenza dalla Chiesa, il demonio non ha sufficiente rilievo personale, “e, cosa più grave di tutte, il mistero pasquale, che è al centro della teologia ed è il fondamento della vita cristiana, non sembra essere conosciuto. Non ci parla in­fatti del Cristo risorto e sembra insufficiente il suo richiamo alla Passione e alla Morte di croce”.

Sulla Salita al Monte Carmelo Lei è molto duro.

Devo dirlo: per me è un libro sbagliato. Tutto quel rigore logico da trattato, scrive come un professore in cattedra, ma la vita non è così. E poi lì non c'è posto per l'imprevedibile azione della grazia. Il Dio della Salita è il puro Silenzio, l'Uno inaccessibile cui si volge con desiderio la creatura. Ma nel cristianesimo la realtà oggettiva del mistero è Cristo. Il nulla rimane il nulla, Inoltre, nella Salita, Cristo è soprattutto causa esemplare di santità e non causa efficiente. Ma Egli ci salva proprio incorporandoci a se stesso. Non è venuto a sopportare l'ignominia della croce per darci un esempio.

Manca inoltre qualsiasi accenno al peccato originale.

Sì, egli parla della necessità di una purificazione, ma questo lo aveva insegnato già Platone intuendo l'infinita distanza che separa l'uomo da Dio. Il punto non è l'infinita distanza, ma l'opposizione radicale a Dio che - dopo il peccato originale - è venuta a pervertire la creatura umana e a farla bisognosa della grazia: C’è una enorme differenza. Nella Salita non c'è invocazione del perdono, non c'è a cenno al pentimento.

Lei ritrova questo mancanza di drammaticità anche nella poesia del pastorello, che dovrebbe parlare della passione e morte di Gesù.

Sì, è una strana poesia. Il pastorello si strugge di amore per la pastorella che lo ha lasciato e sale da solo su un albero (la Croce). Ma sembra morire di languore. Nessuno lo uccide. Nessun dramma. È l'Arcadia, una sorta di idillio. Manca carne, storicità.”