hotel Giardino - Sirmione

S.Benedetto - un rilettura

Il testo che segue è tratto e adattato da un inserto pubblicato su Litterae communionis, 1982

introduzione

di Luigi Negri

Le invasioni germaniche posero ai cristiani un problema doloroso: dai tempi di Costantino e, soprattutto, di Teodosio, la loro Chiesa si era integrata all'impero e la loro religione era diventata quella di Roma; ecco che ora, sotto la pressione dei barbari, l'impero e Roma vacillano. Che fare? Trincerarsi dietro un angusto nazionalismo e rifiutare ogni contatto con gli invasori? o abbandonare il mondo antico e unirsi ai Germani? Alcuni uomini risolsero il dilemma. Pensatori come Agostino, nel De civitate Dei, e Salviano, nel De gubernatlone Dei, trasferirono gli eventi storici in una prospettiva soprannaturale: non si trattava che di una crisi fra le tante che il mondo aveva conosciuto, una crisi di cui i cristiani dovevano comprendere il significato, ma che non poteva turbarli, né arrestarli. Uomini d'azione, come Germano d'Auxerre, continuarono la loro attività quotidiana, senza porsi ansiose domande sull'avvenire, e gli uni e gli altri dettero l'esempio ai loro correligionari. Da romani e da patrioti, questi difesero l'impero agonizzante e, morto, lo piansero; ma «da credenti nella provvidenza del Padre, nella presenza del Figlio e nell'aiuto dello Spirito, non si perdettero in vani rimpianti e si volsero verso il nuovo Occidente». Nel volgere di tre secoli i loro vescovi, preti e monaci vi compirono un'opera considerevole; conquistarono i singoli, evangelizzarono i Germani ariani o pagani e gli autoctoni, soprattutto le popolazioni rurali, che la Chiesa non aveva ancora raggiunto; poi intrapresero l'opera, meno appariscente ma più difficile, di «cristianizzazione». Nello stesso tempo, intervennero sempre più nella vita collettiva; eredi del genio organizzatore di Roma, aiutarono i regni barbarici a svolgere la loro missione politica; essendo gli unici rappresentanti della cultura, si dedicarono, sostituendo la decadente società civile, all'insegnamento, alle scienze, alle lettere, alle arti. Gettarono così le fondamenta di quell'unità religiosa e spirituale che doveva rivelarsi decisiva per il medioevo. L. Genicot, Profilo della civiltà medievale, pp. 73-74

In questa pagina uno dei più grandi storici del medioevo ha indicato con chiarezza la grande sfida che la Chiesa cattolica riceveva dalla storia, nella rovina dell'impero romano e sotto l'incalzare dei nuovi popoli barbari che prendevano, di forza, il loro posto nel mondo di allora. La Chiesa ha saputo raccogliere questa sfida e vi ha risposto, mostrando che la fede sa, per sua natura e per sua forza, generare un mondo di valori umani, una civiltà per l'uomo. San Benedetto, fondatore del monachesimo occidentale, è la personalità in cui questa capacità diventa assolutamente esemplare: la sua persona e la sua opera rimangono l'immagine dell'energia che costruisce, lentamente ma irresistibilmente, il mondo cristiano medievale ed, insieme, la civiltà europea. Per San Benedetto la fede è il principio che lo ha chiamato a vita nuova ed ha conferito a lui una personalità nuova: è il principio sintetico capace di fornire i criteri per giudicare e l'intelligenza e la energia per agire. Uomo di fede, cristiano, perciò, prima ancora che romano: ma, proprio per questo, capace di valorizzare pienamente l'esperienza della romanità e di rilanciare il suo genio organizzativo in nuove forme e con nuova responsabilità. In lui è chiaro che la fede illumina la vita e la educa a piena maturità umana, personale e sociale. Una grande intuizione ha folgorato san Benedetto, e questa intuizione è la chiave di lettura di tutta la sua opera e dell'Europa cristiana che di questa opera è il frutto maturo. L'intuizione che, dalla fede vissuta in Cristo e per la fede vissuta in Cristo, nasce una realtà sociale, una capacità di coinvolgimento umano, una struttura sociale. Il monastero benedettino è la prima realtà in cui, in modo elementare, si è espressa questa capacità sociale della fede. Nel monastero benedettino, per il fondamento che è la fede, sono accolti tutti, schiavi e liberi, romani e barbari, vincitori e vinti, dotti e indotti; e su quest'unico fondamento può nascere una convivenza che, nel mondo, sarebbe impossibile. Le differenze che nel mondo sono incolmabili e spunto per violenze continue vengono accolte dentro una unità più grande: quella della fede. Dal monastero benedettino tutto il cattolicesimo occidentale impara così la sua dimensione di popolo e la sua incidenza storica.

In questa fraternità « ordinata » avviene un cammino educativo per la persona. Il primo fine della fraternità è l'aiuto a svolgere la certezza della fede fino a giudicare presente e passato. Senza l'amore dei monasteri benedettini per la storia passata i grandi documenti letterari, storici, filosofici, scientifici e artistici del mondo antico non sarebbero stati « fisicamente » salvati, e tutto il mondo antico ed i suoi valori sarebbero naufragati. Nel convento benedettino si sperimenta che la comunità cristiana è fonte di cultura. La memoria dell'avvenimento di Cristo diviene intelligenza, coscienza morale, personale e sociale. Una fraternità così fondata sulla fede educa la persona ad assumere liberamente la propria responsabilità morale ed a vivere la propria creatività personale. San Benedetto ha testimoniato a pagani e a barbari, e addirittura ai cristiani, che il cristianesimo non è una dottrina astratta ma è una realtà viva documentabile e storicamente incidente. La fraternità benedettina ha mostrato infatti la capacità di incidenza operativa della fede creando una nuova nozione ed una nuova immagine del lavoro. L'uomo nuovo cristiano si esprime infatti nel lavoro e il lavoro è la utilizzazione della realtà, spirituale e materiale, libera o determinata, per affermarvi il valore per cui si vive. Mentre il lavoro è per tutto il mondo antico un peso, soprattutto quello manuale, da far fare agli schiavi perché l'uomo libero (il vero cittadino) possa vivere il suo « otium », il mondo cristiano ha operato un rovesciamento radicale. Ogni lavoro (anche quello manuale, anche quello durissimo che sarà realizzato da migliaia di monaci per bonificare l'Europa dalle paludi e per rinnovare il ciclo dell'agricoltura, elemento primario della nuova Europa) è fatto nello spirito di un'offerta intelligente ed appassionata di sé a Dio, che potenzia una dedizione dell'uomo a trasformare le stesse condizioni materiali in cui è chiamato a vivere.

Così il lavoro diventa sintomo di libertà e di creatività. Nel monaco che « prega e lavora », che vive in una comunità di liberi ed uguali eppure in un « ordine » religioso, nel monaco che accoglie con responsabilità ed impegno la grande sfida di quella situazione, l'Europa cristiana contempla il fattore dinamico che l'ha creata.

Dietro l'« ora et labora » benedettino, che è stato per più di mille anni la grande regola intellettuale e morale dell'uomo medievale, sta un profondo suggerimento per il nostro presente e per la nostra responsabilità di cristiani di fronte alla realtà. Di fronte al vecchio mondo anticristiano che sta morendo e ancor più nei confronti del nuovo mondo alla cui costruzione siamo chiamati, come Benedetto, con la forza della fede nel Signore e con l'aiuto della fraternità che da questa fede nasce.

Benedetto

« ... levandosi sul tumulto dei tempi »

« Obsculta, o fili, praecepta magistri ». « Ascolta, o figlio, i precetti del maestro, e inchina l'orecchio del tuo cuore, e volentieri accogli l'insegnamento del pio padre, e adempilo efficacemente; affinché per sforzo d'obbedienza ritorni a lui, dal quale ti eri allontanato per inerzia di disobbedienza. A te dunque ora il mio discorso si rivolge, chiunque tu sia, che rinunciando ai propri voleri, cingi le fortissime e splendide armi dell'obbedienza per militare sotto il vero re, Cristo Signore ».

Con queste parole solenni, nelle quali è la coscienza di un'altra missione, San Benedetto dava principio alla Regola e, levandosi sul tumulto dei tempi, conchiudeva nelle pagine immortali la sua esperienza e il suo magistero. Anni torbidi avevano attraversato Roma e l'Italia durante la preparazione, e infuriava la tempesta ai piedi del monte, mentre il Santo scriveva nella sua isola di pace il testamento spirituale. La crisi monofisitica e il ritorno di Bisanzio all'ortodossia avevano messo capo all'urto definitivo in cui si provava al paragone delle armi la solidità del sistema gotico-romano instaurato da Teodorico o, inversamente, la capacità dell'impero a risalire il corso del passato, a ricomporre e contenere l'antica unità di terre e di popoli. Eserciti gotici e bizantini campeggiavano tra Lazio e Campania, infieriva la carestia, Totila batteva alle porte della Città.

Benedetto doveva aver visto coi suoi occhi le turbolenze dello scisma. Da Norcia, dov'era nato di piccola nobiltà provinciale, in una famiglia devota, che aveva consacrato a Dio dall'infanzia sua sorella Scolastica, era sceso a Roma intorno al 500, giovane di diciotto o vent'anni, per attendervi agli studi. Ma egli non era fatto per esercitazioni retoriche, non per i tumulti delle vie e delle piazze affollate di laici, di monaci, di sacerdoti acclamanti a Teodorico, all’uno o all'altro pontefice.

La bellezza di alcuni paesaggi monastici è impressionante. Non di tutti certamente. In ogni caso, il più delle volte si tratta di una bellezza ottenuta dal secolare lavoro degli uomini, dei monaci stessi in primo luogo. La scelta del posto in cui andare a stabilirsi è la prima questione che si poneva ai monaci decisi a una nuova fondazione. Non è da credere che tale scelta obbedisse a una volontà di addossarsi disagi anche brutali per il gusto di farlo. Vi sono precise ragioni « che inducono i monaci a stabilirsi in un posto piuttosto che nell'altro » sono quelle « dettate dalle esigenze stesse della loro vocazione e del loro stile di vita » ( Léo Moulin, « La vita quotidiana secondo San Benedetto », Milano, Jaca Book 1980, p. 11). Sostanzialmente i monaci desideravano la solitudine, l'isolamento dalla vita mondana per vivere interamente secondo Dio; così dovevano realizzare una comunità economicamente autosufficiente e per questo era loro necessaria acqua, terra da coltivare, pascoli e boschi. Egualmente funzionale alle esigenze della vita comunitaria è l'impianto architettonico dell'abbazia che in tali luoghi viene eretta.

 

Nello speco di Subiàco

Quale fosse allora il suo proposito segreto non è possibile sapere; fatto è che diede l'addio a Roma, agli studi delle lettere, e accompagnato dalla vecchia governante, si ritrasse ad Affile, un paesetto sui colli della Sabina, dove prese alloggio presso la chiesa di San Pietro. Ma neppur qui ebbe pace; gli stessi agi della vita, la devozione e l'amore degli umili, lo spingevano più lontano. Soprattutto aveva bisogno d'interrogarsi, di cercare in disparte se stesso, di crearsi un modo di vita diverso da tutti quelli che gli erano aperti dinanzi e ch'egli aveva rifiutato: i godimenti, il corso degli onori, il sacerdozio, il monastero. Per far questo doveva spezzare gli ultimi legami che ancora lo stringevano al mondo e ad una famiglia. Fuggì quindi di nascosto dalla nutrice e, solo, si mise per quei colli alla ventura, alla ricerca di un luogo tutto deserto.

Mentre s'aggirava fuggitivo fra rupi e boscaglie, fu scoperto da un monaco, Romano, che gli domandò dove andasse, e alla sua risposta gli promise il segreto, l'aiuto indispensabile per la nuova vita e gl'impose l'abito monastico, la così detta melote, il mantelletto di pelle caprina in uso presso i monaci d'Oriente. Tre anni trascorse Benedetto a Subiaco in un angustissimo speco affacciato all'abisso che da sull'Aniene, sovrastato da un altissimo dirupo, ignorato da tutti salvo che dal monaco Romano, il quale viveva in un monastero poco discosto sotto la disciplina dell'abate Deodato e in certi giorni stabiliti gli calava con una funicella il poco pane tolto alla sua bocca, chiamandolo fuori dalla tana con un sonaglietto appeso alla fune stessa. I giorni passavano uguali, senza numero e senza nome; l'anacoreta scarno, incolto, consunto dal digiuno, dalla meditazione, dalla preghiera, coperto di pelli ferine, dava più l'aspetto di bestia selvaggia che di uomo. Quando ecco, la solitudine fu rotta da una visita inaspettata. Era il sacerdote di una chiesa lontana, che per ispirazione veramente divina l'era andato cercando per grotte e dirupi, e l'aveva alla fine scoperto per dividere con lui la gioia della Pasqua di Resurrezione. « E poiché, fatta orazione e benedicendo il Signore onnipotente, si furono seduti, dopo dolci colloqui di vita, il prete ch'era sopraggiunto disse: 'Alzati e mangiamo, che oggi è Pasqua'. Al quale l'uomo di Dio rispose: 'So che oggi è Pasqua, perché ho meritato di vederti'. Ma il venerando sacerdote insistette dicendo: 'Veramente oggi è il giorno pasquale della Resurrezione del Signore: oggi non devi affatto digiunare, poiché anch'io sono stato mandato per questo, affinché consumiamo insieme i doni del Signore onnipotente' ».

Una realtà nuova aspetta la sua ora

Risurrezione davvero. Un periodo della sua vita spirituale era conchiuso, era stata compiuta una esperienza che non doveva ripetersi più. Se il divino proposito era ormai incrollabile, la creazione a cui tendeva con tutte le forze continuava nella sua gestazione profonda, non s'incarnava ancora nella concreta realtà. Ma, comunque, l'opera sarebbe stata d'ora innanzi comunione con gli uomini, umano magistero di devozione e d'amore, non sterile ascetismo anacoretico di tipo orientale, degradazione ed annientamento dell'uomo nella solitudine e nella sofferenza. Lo scoprirono a caso certi pastori che passavano di là e rimasero edificati dalle sue parole; poi fu un andirivieni sempre più frequente di gente devota, che cercava il maestro; infine un accorrere dai luoghi dintorno - dove giungeva la fama -, alla sua disciplina e al suo ammaestramento. Forse in quel nuovo, primo contatto col mondo, anche il senso, fin allora domato dallo spirito, intorpidito dalla penitenza, si riscosse. Una tentazione violenta, quale mai non aveva prima patito, gli suscitò dinanzi l'immagine d'una donna veduta in altri tempi, e fu così potente la seduzione da fargli pensare alla fuga. Ma fu l'ultima prova; con cieca, disperata energia si strappò di dosso le pelli ond'era avvolto e si gettò nudo tra gli spini e le ortiche, donde si levò lacerato nel corpo, sanato della ferita del cuore. E da quel tempo in poi - come raccontava più tardi ai discepoli, - « la tentazione del piacere restò talmente domata in lui che non ne avvertì mai più stimolo alcuno ».

Uscì a malincuore dalla diletta solitudine per le insistenti preghiere dei religiosi di un vicino monastero, che lo vollero abate. Egli aveva da prima resistito perché era fatto per comandare, per imporre la sua diritta volontà, non per subire l'altrui, non per piegarsi ai compromessi. Se ne avvidero i monaci, indisciplinati e traviati, ai quali parve di essersi scelto, non un padre, ma un tiranno, e che pensarono di farlo morire di veleno. Porsero adunque un giorno all'abate appena seduto a mensa la coppa, perché, secondo il costume monastico, vi impartisse la benedizione; ma al segno della mano benedicente, il vaso cadde ed egli ebbe la certezza del delitto. Onde alzatosi con un volto sereno e con imperturbabile calma, fece chiamare i monaci a raccolta e disse loro: « Che Dio onnipotente abbia misericordia di voi fratelli; perché avete voluto far questo contro di me? E che? Non ve lo dissi fin da prima che i vostri costumi non s'accordavano coi miei? Andate, e cercatevi un abate secondo i vostri costumi; poiché non potete più avere me dopo ciò che è accaduto ». « Detto questo, se ne tornò all'amata solitudine e solo, sotto lo sguardo di Dio, abitò con se stesso ».

Anche a noi s'affaccia per un momento il dubbio, che aleggia nelle pagine stesse di San Gregorio, dal quale deriva tutto il racconto: come mai Benedetto abbia lasciato la cura dei monaci dopo che l'aveva accettata; come mai abbia preferito tornare ad abitare con se stesso, anziché rimanere là nel pericolo, dove c'era un male da combattere e da sanare, dove, in confronto di mille vaghe possibilità, v'era un dovere assoluto, un compito immediato e preciso. San Gregorio accenna alla generale, profonda corruzione del monastero, in cui l'opera sarebbe andata perduta, al rischio che Benedetto avrebbe corso, rimanendo, di perdere « la tranquillità e la pace della sua mente, il lume della contemplazione e il vigore del cuore ». Ora per l'appunto questa, e un'altra apparente diserzione di cui diremo fra poco, non si spiegano né con una debolezza, né con un proposito di non resistenza al male. Esse sono anzi un segno di forza, il segno dell'attesa fidente di un proprio mondo, tutto nuovo, diverso, che aspetta la sua ora, di una responsabilità che si declina per una responsabilità infinitamente più grande avvenire.

Dodici monasteri ciascuno di dodici monaci

La missione del Santo aveva rischiato di angustiarsi nelle piccole mura d'un monastero, d'isterilirsi nella lotta astiosa contro il malcostume inveterato, ed egli vi si era rifiutato, poiché sentiva oscuramente in sé l'anima del maestro e del legislatore di una nuova religiosità. Altra doveva essere la via per raggiungere la mèta, ed egli si mise per quella - non ancora la vera - che gli era segnata dalle circostanze, dalla mirabile fortuna del suo esempio e della sua parola: dal buon Goto che veniva a chiedere l'abito monastico, ed era accolto a braccia aperte, dal piccolo Placido, da Mauro giovinetto le prime sue vere creature, affidati a lui dal nobile Equizìo, dal patrizio Tertullo per essere allevati nel servizio di Dio.

Tutta una fervida, disciplinata vita religiosa incominciò a formarsi e a prendere alimento da lui. Dodici piccoli monasteri, ciascuno con dodici monaci e un abate, gremirono a poco a poco i luoghi d'intorno. Ed ecco la scena così lontana e nebulosa per noi, popolarsi di figure, avvivarsi di tocchi realistici: il Santo, armato della sua fede, su per le balze col piccolo Placido alla ricerca dell'acqua per i suoi monasteri; il Santo in veste di severo maestro che percuote col bastone il monaco dissipato; il buon Goto che lavora di Iena in riva al lago a mondare dai pruni e dagli sterpi un campicello da mettere ad orto, e rimane esterrefatto, con la mano a mezz'aria, quando la roncola salta via dal manico e piomba nell'acqua; Placido, il bambino, che scende al lago ad attingere acqua e sta per annegare; Mauro che accorre e lo salva con la sua candida fede nel maestro.

L'ostilità non venne ora dai monaci, dalla famiglia stessa, ribelle al padre e all'istitutore. La fondazione, se obbediva in gran parte alle esigenze e alle possibilità del tempo e del luogo, rispecchiava tuttavia nella sua disciplina l'anima di colui che l'aveva voluta. L'urto, che doveva avere conseguenze così grandiose, nacque da un certo prete Fiorenzo, rettore di una chiesa vicina, invidioso della fama che aleggiava intorno a Benedetto, geloso della sua chiesa deserta e della folla dei devoti che accorrevano al Santo. Incominciò a sussurrare qua e là, cercò di ostacolare la sua opera, finì col tentare di ucciderlo con un pane avvelenato. Poiché l'infamia fu scoperta, ricorse, se è vera al fama, ad un più sottile espediente, introducendo « nell'orto del monastero, dinanzi ai monaci, » così suona il racconto, « sette sfacciate ignude, che tenendosi per mano e danzando lentamente infiammassero quei cuori di perversa passione».

Montecassino

E anche qui Benedetto abbandona. Sente che egli, la sua persona e il suo fervore sono la causa di quell'accanimento, ha bisogno prepotente di altre terre più vergini da lavorare e da fecondare, di uomini da illuminare, di un edificio spirituale e materiale, tutto suo, dalle fondamenta al tetto, disegnato, animato, governato da lui. Dopo aver dato sesto ai monasteri, prese con sé alcuni monaci, forse i più cari germogli, e insieme qualche artigiano, qualche uomo più robusto alla fatica, se ne partì; scese probabilmente per la valle del Sacco ad Alatri, a Veroli, a Prosinone, e di là per la via Latina a Cassino. Era, secondo la tradizione, l'anno 529, data memorabile, se più di un dubbio non ne mettesse in forse l'esattezza. Il monte « a cui Cassino è nella costa » si levava allora selvoso, coronato da un antico tempio d'Apollo e, intorno, dai boschetti dedicati agli dei, dove salivano i contadini con le offerte agresti e con le vittime sacre. Con l'impeto e col gesto famoso dei martiri, Benedetto fece distruggere il simulacro del dio, rovesciare l'altare, abbattere i boschi, e « sul luogo del tempio edificò un oratorio dedicato a San Martino, e all'ara di Apollo sostituì un altare dedicato a San Giovanni. Quindi con assidua predicazione chiamò alla fede la moltitudine dei paesi vicini ».

La selva risuona dell'opera dei monaci, a cui egli soprintende. S'atterrano gli alberi, si squadra la pietra, si spiana e si scava il terreno, si gettano le fondamenta. Un muro che crolla seppellendo un monachino, un macigno che non si riesce a smuovere nonostante tutti gli sforzi, danno in quel recesso di paganesimo la certezza, suscitano la visione del nemico, giurato ad impedire l'opera santa, sempre protervo e sempre sconfitto. Ed ecco sorgere il monastero: l'oratorio, la biblioteca, il dormitorio, il refettorio, la foresteria, il forno e il molino, la cucina e la lavanderia, le officine, e l'orto, e il cimitero, e la torre sul dinanzi; donde il Santo tra cure e letture, meditazioni e preghiere, veglierà sull'ingresso del chiostro; donde avrà la visione del mondo intero compendiato in un raggio di sole, dell'anima del vescovo Germano e della sorella Scolastica, che salgono In cielo.

Ed ecco la famiglia costituita: i fratelli, i decani, ai quali « per il merito della buona vita e per la cognizione della vera sapienza », « l'abate affida una parte dei suoi pesi »; il preposito che gli sta a fianco, per la fiducia sua e dei fratelli; il cellerario, un monaco sobrio, alacre, saggio, che custodisce e amministra ogni cosa; il vecchio portinaio, assennato; i novizi, entrati volontari nel monastero od offerti dai parenti, che prima della professione definitiva s'addestrano sotto la guida dei decani alla disciplina monastica. Nessuno può allontanarsi senza il consenso o l'ordine dell'abate.

Totila davanti al Santo

Bussano alla porta uomini d'ogni sorte: il povero debitore perseguitato in cerca di danaro; il goto Zalla, « ariano arrabbiato contro tutti i servi di Dio », che si spinge avanti al cavallo il misero agricoltore a cui vuoi strappare il suo avere; il suddiacono Agapito che viene a chiedere la carità di un po' d'olio in tempo di carestia; il nobile che accompagna il figlio malato in cerca di guarigione; il contadino che porta il figliolino morto sulle braccia e implora di farlo risuscitare; il fratello del monaco Valentiniano o l'abate Servando, che vengono in pellegrinaggio per devozione verso il Santo.

Non v'è più dispersione: la grande luce irraggia ferma dal monte e illumina tutto' il paese dintorno. Quando Benedetto è pregato da un devoto di fondare un monastero in un suo podere vicino a Terracina, egli esaudisce il desiderio; ma non scende - come i figli avevano creduto - a dare il suo consiglio sul modo di costruire l'oratorio, il refettorio, la foresteria. M rumore del mondo, l'ambizione dei re, la trepidazione della guerra che infuria intorno a Roma, sulla misera Italia, tutto è lontano, se non quanto ne porta la carestia, o la voce dei pellegrini, come il vescovo di Canosa, o lo stesso Totila che marcia contro la Città. Il re fa annunciare la sua visita e gli si risponde dal monastero che sia il benvenuto. Ma egli vuoi metter prima alla prova la virtù miracolosa del Santo, e fa indossare le vesti regali al suo porta-spada di nome Rigone, affinchè gli si faccia innanzi accompagnato da tre fra gli uomini più cospicui del suo seguito. Senonché, erano giunti appena a portata di voce, quando: « Deponi, figlio, deponi ciò che porti; non è tuo », odono gridare dall'alto della torre, e si prostrano a terra, sbigottiti che l'inganno sia stato scoperto. Tornano quindi subito a! re, che ora muove di persona verso il monastero. Totila s'inginocchia davanti al Santo; questi si alza, gli si fa incontro e lo invita a levarsi; poi lo riprende dei danni che ha fatto e che va facendo, lo invita a ravvedersi, gli predice la presa di Roma, il passaggio del mare, la morte. E il re, sbigottito, se ne parte dopo essersi raccomandato alle sue preghiere.

La morte di Scolastica e Benedetto

Anche la vita di Benedetto volgeva al tramonto. L'aveva preceduto di qualche tempo la sorella Scolastica. Essa veniva a vederlo una volta all'anno e l'aspettava in una casa vicina al monastero, dove il Santo scendeva ad incontrarla. « Una volta discese a lei coi discepoli il venerabile fratello e passata tutta la giornata nelle lodi di Dio e in devoti ragionamenti, sul far della notte presero insieme un po' di cibo. E mentre ancora sedevano a mensa, poiché tra i sacri colloqui l'ora s'era fatta assai tarda, la sorella prese a pregarlo: 'Non mi lasciare stanotte, cosicché possiamo parlare fino al mattino delle gioie della vita celeste' ». V'era nella preghiera un presentimento? « Ma egli », fedele alla regola impostasi: * 'Che dici sorella? lo non posso in nessun modo rimaner di notte fuori del monastero'. Il cielo era tanto sereno che nemmeno un filo di nube lo velava. La pia donna, udito il rifiuto del fratello, posò le mani sulla tavola, e sulle dita incrociate chinò la fronte per pregare il Signore », mentre grandi lacrime le cadevano dagli occhi.

Quando levò il capo, s'udì fuori lo scrosciare della pioggia e il fragore dei tuoni. « Il santo uomo capì che non era possibile tornare al monastero, e contrariato prese a lamentarsi: 'Dio te lo perdoni, o sorella. Che cosa hai fatto?'. Ed Ella: 'Avevo pregato te e non mi hai voluto esaudire; ho pregato il Signore ed egli mi ha ascoltata' ». L'amore aveva vinto sulla legge, e tutta la notte fu trascorsa in dolci colloqui di vita spirituale. Era forse un presentimento. Pochi giorni dopo il veggente ebbe la certezza de! transito e della gloria di Scolastica, ne rese grazie a Dio con cantici di letizia, e mandò a rilevare il santo corpo, affinchè fosse collocato nel sepolcro che aveva preparato per sé nell'oratorio di San Giovanni Battista.

L'anno che doveva essere l'ultimo per lui, preannunciò il giorno della sua morte ad alcuni discepoli vicini e lontani, e ingiunse loro di mantenere il segreto; sei giorni prima fece aprire il suo sepolcro. Assalito da una febbre gagliarda e aggravandosi sempre più, si fece trasportare nell'oratorio, dove ricevette il sangue e il corpo di Cristo; e là, circondato dai monaci che ne reggevano le membra estenuate, attese il transito in piedi, pregando, colle mani levate al cielo.

« Ma che uomo era questo Benedetto? »

Chi cerca - com'è legittimo - nella storia dei grandi, le date, i riferimenti, le circostanze precise, il logico svolgimento dei fatti, rimarrà in questo caso inesorabilmente deluso. Questo qualsiasi racconto degli atti di San Benedetto non è, naturalmente, se non la millesima edizione di cui disponiamo sull'argomento, - un libro dei Dialoghi di San Gregorio, - fonte preziosa perché scritta a una cinquantina di anni appena dalla morte del Santo e fondata sui vivi ricordi degl'immediati suoi successori in Subiaco e in Montecassino; ma composta a scopo di edificazione, per mostrare le sue virtù taumaturgiche e profetiche, per l'appunto senza logico svolgimento di fatti, senza date e riferimenti precisi. Eppure, salvo errore, dopo la lettura del dialogo noi non proviamo quel tormento di curiosità inappagata, che ci punge così spesso dinanzi alle grandi figure della storia, quando, nonostante ogni sforzo, sembra che ci sfugga la vera umanità, la profonda sostanza dell'uomo.

Anche noi, a distanza di tredici secoli e più, rifacciamo la domanda bonaria del diacono Pietro, l'interlocutore del dialogo: « Ma dimmi, in linguaggio comune, che uomo era questo Benedetto? ». Nulla sappiamo con certezza dei suoi lineamenti corporei; ma è di per sé un'anima così viva ed umana, che quasi non ne sentiamo la mancanza. Gregorio risponde: « Era un Santo, o Pietro. Non c'era caso che gli uscisse di bocca parola, anche la più comune, che non fosse pensata e pesata. Se gli avveniva di minacciare, anche senza decretare un castigo, tanta era la vigoria della sua parola, senza dubbiezze e tentennamenti, che raggiungeva l'effetto di compiuta sentenza ». Egli suscita effettivamente in noi una immagine di intima, profonda concentrazione, di volontà operosa e imperiosa, non priva di simpatia umana, ma scevra di ogni umana debolezza, tesa al compimento della sua missione, spoglia di ogni egoistica indulgenza personale. Il suo sguardo, illuminato di intima luce, doveva essere nelle ore solenni, grave, maestoso, penetrante; quello sguardo, che frugando nel fondo dell'anima aveva forse fatto cadere di mano al monaco la coppa avvelenata; che levandosi lento dal libro - senza parola - aveva spento di colpo le minacce e gli insulti sulla bocca di Zalla, l'Ariano infuriato; che aveva letto sul volto del monachello superbo il rodimento segreto di dover reggere in piedi la lucerna alla sua mensa, onde l'aveva ripreso: «Segnati il cuore, fratello; che dici? Segnati il cuore».

In un solo momento anch'egli è vinto, anch'egli soggiace alla sorte comune del dolore: quando il monaco Teoprobo entra nella sua cella e Io trova che piange dirottamente, perché gli è stato rivelato che tutto il suo monastero per decreto di Dio sarà dato in mano agl'infedeli. E per noi: quelle lacrime, quell'unico pianto non sono tanto il dolore umano per l'opera vana, lo smarrimento momentaneo per una missione che sembra smentita dal decreto divino, quanto il segno della potenza con cui questa missione era stata vissuta.

La « Regola »

La più forte ragione per cui rimaniamo appagati e siamo certi di possedere il vero San Benedetto, è che ci è giunto il suo testamento spirituale, la Regola, dov'è tutta la vita, con la coscienza dell'alta vocazione, con le sue esperienze, con il suo compimento; dov'è tutto l'uomo, quale l'abbiamo conosciuto, con la sua fermezza e la sua magnanimità. Ciò che avvertiva con altre parole lo stesso Gregorio, quando scriveva: « Del resto, chi vuoi farsi un'idea più esatta della vita e dei costumi del Santo, non ha che da richiamare i singoli punti della sua Regola per riconoscervi tutti gli atti del suo magistero; perché Benedetto non poteva affatto insegnare se non la vita da lui vissuta ». Se mai di altri, si può dire di San Benedetto che l'uomo coi suoi lineamenti, i momenti successivi e le circostanze della sua esistenza, è irremissibilmente perduto; e che tuttavia egli vive di compiuta umanità, - individuale ed universale, - trasfuso nella sua ultima parola e nella sua creazione. Le quali culminano in Montecassino, ma hanno nella coscienza del fondatore un ambito più vasto, un più alto proposito.

Di fronte alla perfezione rara degni anacoreti, che, addestrati nel chiostro, discendono al singolare combattimento dell'eremo contro le tentazioni della carne e dello spirito, di fronte alla pessima vita dei Sarabaiti e dei monaci girovaghi, egli si accinge, « con l'aiuto di Dio a ordinare la fortissima schiera dei cenobiti ». E l'« autorità » della Regola, la «santa Regola» sono il richiamo costante, quasi ad una legge divina, in confronto di tutte le incertezze e di tutti i traviamenti.

Non per questo la parola assume il tono fastidioso del sermone, né il peccato aggrava di un peso inumano l'animo di chi ascolta. La solennità del prologo si avviva drammaticamente del dialogo tra Dio e l'uomo, della persuasione, dell'esortazione, che abbraccia ad un tempo maestro e discepolo. I molti « strumenti delle buone opere » potrebbero disanimare anziché incuorare il lettore, se alla fine non sorridesse la speranza: « E non disperare giammai della misericordia di Dio ». I dodici gradi di umiltà sarebbero forse troppo duri da percorrere, se anche qui, per così dire, insegnamento non si innalzasse alla fine nel canto della liberazione e non ci mostrasse l'immagine del monaco, che ha ormai raggiunto il perfetto amore di Dio « e, per tale amore, tutte le cose che prima faceva non senza trepidazione, incomincia ad osservare senza alcuna fatica, come per abito di natura, non già per timore dell' inferno, ma per amore di Cristo e per la stessa buona e dilettevole abitudine della virtù ».

L'esposizione è condotta senza uno schema rigorosamente organico, con un fare largo, chiaro, generoso che tratta delle grandi e delle - in apparenza - piccole cose indispensabili al buon governo della comunità, che varia - non per proposito, ma perché questa è l'umanità e l'esperienza dello scrittore, - di figure, di vivaci scorci realistici le prescrizioni pratiche e i precetti religiosi, e ci mette innanzi agli occhi il monaco che al tocco della campana accorre pronto all'ufficio divino lasciando a mezzo il lavoro; quello che chiede all'ospite la benedizione e passa oltre perché non gli è consentito di trattenersi; quello che, lontano dal monastero e dall'oratorio, s'inginocchia a pregare nei campi; i fratelli che in refettorio si porgono in silenzio le cose necessarie al mangiare e al bere; e l'abate paterno, il preposito presuntuoso, il buon cellerario, il vecchio e saggio portinaio, con le loro qualità colte dal vivo, con profonda conoscenza dell'anima umana.

La comunità monastica

La comunità monastica è concepita sotto due aspetti, che si fondono in uno ed hanno come principio comune l'amore verso gli uomini e verso Dio: essa è scuola del servizio divino ed è famiglia. Il maestro vi si chiama signore, abate, padre e fa le veci di Cristo; gli anziani che sovrintendono sono detti familiarmente ed affettuosamente i nonni; i discepoli, fratelli. Il fratello che debba mettersi in viaggio si raccomanda alle preghiere di tutti ed è ricordato quotidianamente nell'ultima orazione dell'ufficio divino. Tutti possono entrare a far parte della comunità, il servo e il libero, il Goto e il Romano, purché se ne mostrino degni nell'anno di noviziato e vi si obblighino con voto solenne, consegnato in un documento sottoscritto, deposto sull'altare e conservato nell'archivio del monastero. Una famiglia siffatta non consente dispersioni o diserzioni, e chi ha pronunciato il voto, si è vincolato alla perpetua « stabilità », salvo, come s'è detto, in casi eccezionali, il consenso e l'ordine dell'abate. La legge che governa questa convivenza, è una sola, semplicissima e quasi irraggiungibile nella sua compiutezza: l'amore, tutto l'amore, escluso l'amore di se stessi, cioè la totale rinuncia ai propri voleri, l'abnegazione di sé in Dio e nel prossimo: nei fratelli, nei novizi, negli oblati, nell' ospite che batte alla porta, chiunque egli sia, poiché nell'ospite si accoglie Cristo. Nell'ordine gerarchico non vale l'età, ma l'anzianità di professione monastica e la discrezione dell'abate, che può promuovere e chiamare agli uffici l'uno o l'altro secondo i meriti della vita e la saggezza. Il monastero è, per così dire, una repubblica autoritaria che nell'abate venera Cristo, una repubblica dove tutti possono e talvolta debbono esser chiamati a consiglio, dove nessuno conta come persona, e dove uno solo può volere. Ma non v'è passo dove questa autorità dell'abate sia affermata, senza che immediatamente si richiami la sua responsabilità formidabile, per le anime che gli sono affidate, e di cui dovrà rendere conto dinanzi a Dio.

« Ecco, lavora e sta' allegro »

Dato che il chiostro è essenzialmente famiglia e scuola del servizio divino, il centro della sua vita è costituito dall'ufficio liturgico, celebrato notte e giorno in comune, nelle ore stabilite. La preghiera individuale, scevra di clamorose manifestazioni esteriori, dev'essere breve, muto linguaggio del cuore, pianto cocente, più che suono di parole; le volontarie pratiche ascetiche vanno sottoposte all'approvazione dell'abate. E poiché l'ozio è nemico dell'anima, « debbano i fratelli occuparsi in certe ore del giorno nel lavoro manuale e in altre attendere alla lettura delle cose divine ».

Ecco dunque l'esistenza del monaco: pregare, leggere, lavorare. Immagine scialba, se non la facciamo vivere dello spirito che il Santo voleva infondere nella sua creazione. Ricordate le parole di Benedetto, dopo aver restituito la roncola caduta nel lago al buon Goto, che mondava il campicello dai rovi? « Ecco, lavora e sta allegro ». Può essere un simbolo. Nessuno deve contristarsi per colpa altrui, nessuno deve contristare il fratello. Il cellerario provveda con sufficienza e con prontezza, sì che nessuno abbia motivo di lagnarsi, e se non può dare, risponda almeno con una buona parola, poiché « siccome sta scritto, una buona parola vale più di un ottimo dono ». A coloro che ne abbisognano, si provvedano aiuti per il lavoro, affinchè non siano amareggiati. Tutte le scorie, tutte le cattive passioni vanno rimosse dal monastero, tutto ciò che può turbare l'armoniosa comunanza della scuola e della famiglia divina.

Con un accento più alto del consueto si condanna, sia il vagabondaggio dei monaci, l'immensa rovina di chi presuma di riferire ciò che ha udito o veduto fuori del monastero, sia la peste del possedere: « Principalmente questo vizio è da sradicare: che niuno ardisca di dare o ricevere alcunché, senza l'ordine dell'abate, né avere cosa alcuna di proprio, assolutamente nessuna cosa, né codice, né tavolette, né stilo, addirittura nulla; come coloro ai quali non è lecito valersi a proprio arbitrio, né del loro corpo, né della loro volontà. Tutte le cose siano comuni a tutti, come sta scritto, e nessuno osi dire o pensare che una cosa sia sua ».

Ma con energia e insistenza affatto singolari si condanna la « mormorazione », la ribellione sorda, l'animo in contrasto col viso. Non sarà lecito mormorare neppure a colui « al quale per avventura s'ingiungano cose gravose ed impossibili ». Egli dovrà accogliere sempre con tutta tranquillità e obbedienza l'ordine di chi comanda. Al più, potrà « esporre al superiore con pazienza e a tempo debito le ragioni della sua impotenza, senza montare superbia o resistenza o contraddizione. E se, dopo le sue parole, l'ordine non verrà revocato, sappia che così gli convien di fare e obbedisca per amore, rimettendosi ali1 aiuto di Dio ».

Pienezza umana

Si leva da queste pagine un sentimento complesso di serena, superiore armonia, fatta di alacrità pratica e spirituale, di generosa indulgenza e di severità, di una nobiltà e d'un candore che hanno trionfato di tutte le esperienze. Questo lo spirito che anima la preghiera, la lettura, il lavoro, l'intera vita della comunità monastica. L'amore di Dio e la coscienza del peccato non uccidono né avviliscono l'uomo. Egli non è abbrutito dalla sofferenza: l'abito è quale si conviene al decoro, ai luoghi, alle stagioni; sufficienti alla sanità e al benessere il sonno e il cibo, consentito anche il vino. Tutto è disciplinato: il calendario e l'orario giornaliero, la liturgia, lo studio, il lavoro, la quantità del mangiare e del bere, il servizio di cucina e di guardarba. Tutto, ma senza meschinità, senza grettezze, con quella sana discrezione che, chi la sa intendere, veramente illumina e ammaestra. E misure di particolare indulgenza sono prescritte verso i vecchi, gl'infermi, i fanciulli; sebbene di questi, - sia detto per incidenza e per scrupolo di esattezza, - si ritenga opportuno correggere gli errori di lettura e le mancanze, più col bastone che con la ragione.

Le punizioni procedono per gradi, dalle esortazioni e dagli ammonimenti alla scomunica, - per cui il colpevole viene appartato dalla vita dei fratelli, - alla disciplina, alla preghiera in comune per il suo ravvedimento, all'espulsione. Né il colpevole è abbandonato a se stesso; anzi « deve l'abate darsi pensiero con ogni premura di coloro che hanno mancato, perché non i sani abbisognano del medico, ma gl'infermi »; « deve mandare quali segreti consolatori i fratelli più anziani e più saggi, che quasi confidenzialmente consolino il fratello vacillante e lo inducano ad umile penitenza ».

Civiltà e devozione si uniscono a dettare le prescrizioni per il canto e la lettura in comune, che debbono essere affidati e permessi solo a chi sia in grado di esercitarli con edificazione e soddisfazione di chi ascolta. Quel discorrere misurato, - che non è silentium, ma taciturnitas, - quel parlare soave, e il rifuggire dallo scherzo e dal riso smodato, quel portamento alacre e pieno di compostezza, quella carità fraterna fra uguali, fatta di reciproco amore e d'obbedienza e di rispetto, e l'umiltà verso il padre e gli anziani, il prostrarsi ai loro piedi non appena - sia pure per un nonnulla, - si mostrino contrariati, tutte queste prescrizioni, ripetute ed assolute, mirano sì ad uno scopo religioso, cioè al servizio di Dio e alla purezza dell'anima, ma imprimono nel tempo stesso nella società monastica un carattere umano di dignità e di nobiltà, che invano si sarebbe cercato altrove nel mondo contemporaneo.

Maestri della civiltà europea

Ora l'abbiamo visto chiaramente: quella vita senza date e senza riferimenti precisi, quel distacco dagli uomini, dai fatti, dagl'interessi politici del tempo, non sono un difetto della fonte agiografia; bensì la più profonda verità dell'esistenza del Santo e della sua fondazione. S'egli fugge di esperienza in esperienza; se in Totila condanna non l'Ariano e il re gotico, ma l'uomo che ha seminato la rovina e la morte; se suona così fredda la profezia sulla fine di Roma, e giungono al monte come un'eco lontana il tumulto della guerra, i contrasti dei popoli, le ambizioni dei principi, ciò avviene perché anch'egli, come migliaia di altri cenobiti ed eremiti per tutto l'orbe romano, vuoi fuggire dal mondo. Fuggire, ma, - è questo il suo grande significato, - non per rinnegare, potremmo anzi dire per affermare, per salvare i più alti valori della civiltà, per creare, tra le tempeste, l'isola di pace, dove arrida la fede, dove siano sacri le meditazioni e il lavoro, la purezza del costume e la carità fraterna, dove l'uomo possa levar gli occhi al cielo senza avvilimento, e la vita, liberata d'ogni gravezza, assuma un suo ritmo alto, operoso, sereno.

Era la negazione ed era la tacita, appassionata invocazione dei tempi. San Benedetto sentì in sé, accolse nella sua grande anima questo grido, e ne fece la ragione della sua vita. Da ogni parte dell'Occidente gli si rispose, in ogni terra lontana, appena conquistata alla fede, l'istituto benedettino fu il baluardo della Romanità e lo strumento di più alte conquiste. Montecassino rigermogliò prodigiosamente a Bobbio e a Farfa, a Gorbie e a Bec, a San Gallo e a Reichenau, a Westminster e a Malmesbury.

Poiché l'Ordine rispondeva a una profonda, generale esigenza, oltre la coscienza del fondatore, e contro il suo stesso intendimento, il monastero s'incorporò nel mondo e svolse una grandiosa azione economica, sociale, culturale, che fece dei Benedettini i maestri e gli agricoltori d'Europa, diventò per larghissima cerchia, banca, laboratorio, azienda agricola, scuola, biblioteca. Poiché perenne, non servo dei tempi, era il valore dei suoi ideali, il monastero fu per la Chiesa la riserva delle buone energie nelle ore di smarrimento e di battaglia. Discepoli di Benedetto: Agostino, Wilfrid di York, San Bonifacio, portarono il Messaggio all'Inghilterra, alla Frisia, alla Sassonia. Quando la Chiesa, irretita dal feudo, incatenata alla terra, parve immemore della sua missione universale, dai grandi abati cluniacensi mosse il salutare richiamo. Quando tra Investiture e Crociate, - sforzo torbido di liberazione, slancio dell'Europa cristiana alla conquista guerriera sotto il comando di Roma, colse gli spiriti un'ansia rinnovata di purezza e di dedizione, e alla Roma gerarchica occorse un esercito inquadrato e disciplinato, alle origini prime, al magistero della Regola si richiamarono con eroica fermezza Roberto di Molesme e San Bernardo di Chiaravalle per l'instaurazione cistercense.

Col sentimento della missione compiuta nei secoli potevano così i cronisti cassinesi nel loro racconto mandare incontro ai Musulmani, reduci dalla distruzione del monastero, due misteriosi naviganti: l'uno in abito sacerdotale, l'altro in abito monastico: San Pietro e San Benedetto, quasi a pareggiare Roma e Montecassino, il patriarca del monachesimo occidentale e l'Apostolo successore di Pietro, i due capi del clero secolare e del clero regolare.

Con questa coscienza poteva cantare un soave poeta cassinese dell'XI secolo: « Questo monte è simile al Sinai, che reca i comandamenti divini ».

Il testo fin qui riportato è tratto dal volume: GIORGIO FALCO, La santa romana repubblica. Profilo storico del Medio Evo, IX ed. Milano-Napoli  Ricciardi, 1973. pp. 81-96.

parole-chiave

l'abbazia

L'abbazia ha la Chiesa come suo luogo più importante. Attorno o accanto ad essa (che può essere modesta come imponente) si sviluppano le strutture e i fabbricati necessari alla vita comunitaria della comunità monastica, pensati in rapporto alle precise esigenze predeterminate dalla Regola. Il chiostro è l'ambito dove l'abate assegna i compiti della giornata, dove i monaci passano in processione per recarsi in Chiesa o nella sala capitolare, spazio per la lettura e la meditazione. Nella sala capitolare si riunisce la « congregatio », cioè appunto il capitolo. Esiste poi la biblioteca e naturalmente il dormitorio, il refettorio, la sala delle abluzioni, i servizi igienici, la cucina, l'infarmeria. Inoltre locali per raccogliere gli ospiti o i pellegrini e diversi laboratori (preparazione del pane, del formaggio, della birra, del, vino; falegnameria ecc.). La Regola prevedeva una cura particolare della pulizia degli ambienti. Mancava del tutto il riscaldamento e l'illuminazione era ridotta al minimo. Il dormitorio era in genere comune. L'assoluta puntualità alla sveglia prima dell'alba esigeva un'ascesi non indifferente.

vita quotidiana: le varie mansioni

Il monaco pone la sua libertà non nell'impulso istintivo del momento, ma nel segno dell'obbedienza. La vita quotidiana è caratterizzata da un ordine preciso e minuzioso e se da un lato questo era il metodo della formazione spirituale, dall'altro costituiva un'idea inedita e un fattore di civilizzazione dei costumi. La convivenza ha un'organicità ben definita da norme di diritto. All'abate compete interamente il governo del monastero e personale e tutti hanno con lui un rapporto di dipendenza. Deve esercitare i suoi poteri in spirito di discrezione e senza dimenticare la propria fragilità. I monaci hanno il diritto di obiettare garbatamente se l'ordine risulta impossibile da eseguire, vuoi per motivo fisico vuoi per motivo morale. L'intera comunità viene convocata « tutte le volte che in monastero si debbano trattare affari importanti ». L'elezione dell'abate avviene per suffragio universale «secondo il merito della vita, la saggezza e la dottrina». Svariate le cariche: « cellarius » è l'economo; il cameriere vigila gli affari e il « comfort » dei monaci; il cantore; l'ospitalario accoglie i pellegrini; il maestro dei novizi; il cancelliere; il sacrestano; l'infermiere; l'elemosiniere.

la liturgia

« Quando è l'ora dell'Ufficio divino, udito il segno, tosto si abbandoni tutto ciò che si ha tra le mani e si accorra con la massima sollecitudine ». Con queste parole inizia il capitolo della Regola (43) dedicato all'« opera di Dio cui nulla deve anteporsi » e che risulta di fatto il perno della vita quotidiana. La giornata del monaco è infatti scandita dai momenti di preghiera comune - Mattutino, Prima, Terza, Sesta, Nona, Vesperi e Compieta - cui si alternano altre attività religiose vissute come dialogo personale con Dio nella meditazione, nel silenzio, nei gesti di sacrificio e di offerta atti a favorire nel monaco il rinnovarsi della consegna a Cristo cui egli si è consacrato. Per il monaco l'esperienza della preghiera finiva per coincidere a tal punto con la vita da definirlo in ogni suo gesto e da rendere ogni sua espressione carica di quella forza e di quel vigore propriamente religiosi.

Cfr. LÉO MOULIN, La vita quotidiana secondo San Benedetto, Milano, Jaca Book, 1980.